Parla del figlio morto con il latte alla melamina: un anno di lavori forzati

Un anno di lavori forzati a Tang Lin, padre di un bambino morto per il latte alla melamina, per avere espresso il suo dolore e la sua rabbia chattando su internet. Esperti commentano che la censura cinese vuole arrivare a far tacere persino i sentimenti più importanti, proibendo di manifestarli in pubblico.

Tang, residente nella contea di Fengjie (Chongqing), è stato prelevato il 19 maggio dalla polizia per accertamenti. Solo dopo 2 settimane la famiglia ha saputo che la stessa polizia lo aveva inviato a un anno di campo di rieducazione-tramite-lavoro, veri lavori forzati che sono considerati una condanna amministrativa e, come tale, possono essere irrogati senza intervento del giudice e senza garanzie di difesa.

Solo ieri si è saputa l’accusa: “minaccia alla pubblica sicurezza tramite allarmismo”. Tang ha perso il figlio di un anno per insufficienza del sistema respiratorio e urinario per essere stato nutrito con il latte alla melamina della ditta Sanlu. Il latte destinato ai neonati, prodotto da primarie ditte casearie cinesi, conteneva melamina, velenosa per l’uomo ma usata per farlo sembrare di qualità migliore: ci sono stati diversi neonati morti e circa 300mila malati gravi.

Lo scandalo esploso nel settembre 2008 si concluse con condanne esemplari ai responsabili di alcune delle ditte coinvolte, ma nessuno risarcì i danni alle famiglie colpite. Il governo offrì cifre irrisorie (intorno a 30mila yuan per le infermità gravi, circa 3000 euro, 2mila yuan a tutti gli atri, somme del tutto insufficienti per le cure necessarie e per risarcire disfunzioni anche permanenti) rifiutate da molte famiglie. In seguito i tribunali rifiutarono di trattare le azioni civili per il risarcimento dei danni intentate dalle famiglie, dicendo che occorreva prima attendere gli esiti ufficiali degli accertamenti statali sulla vicenda, che ancora non si conoscono e che potrebbero arrivare dopo anni o mai.

Tang ha espresso la sua rabbia su internet, dopo che le autorità gli hanno negato il risarcimento, e chattando sul popolare servizio internet QQ (110 milioni di utenti in Cina) con altri internauti ha detto che “avrebbe fatto qualcosa di estremo”, “che su questo ci saranno novità” e che “ogni rimedio sarà adottato”. La polizia ha confermato ai media locali che egli è stato condannato per queste affermazioni. Uno di questi forum di conversazione può avere fino a 500 iscritti ma ci si accede solo tramite invito, per cui ritiene che la conversazione sia stata intercettata dalla cyberpolizia. Da gennaio il ministero degli Interni intercetta anche i forum di QQ e gli altri servizi di discussione su internet. Le autorità considerano questi forum quali “luoghi” non privati, per cui le affermazioni di Tang sono equiparate a un discorso in luogo pubblico.

Analisti osservano che Pechino ha paura della libera circolazione di idee e informazioni su internet, per cui cerca di applicare un controllo sempre maggiore, persino sulle chat private.

Fonte: Asia News, 7 luglio 2010

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