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Palden Gyatso: la storia di un monaco buddista dal cuore impavido che mai si è curvato al PCC [video]

Palden Gyatso ha trascorso trentatré anni nei Laogai. Porta sul corpo gli orribili segni del suo calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista anziano simboleggia la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo spirito, nonostante tutto, è animato dalla pace e serenità.

Testimonianze di Gyatso:

….”Quando mi arrestarono, nel 1959, ero un giovane studente nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiarono dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all’indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all’aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe”.

Gli aguzzini estorcevano dai detenuti qualche informazione, sufficientemente valide da giustificare una formale condanna. Palden Gyatso dopo mesi di torture, alla fine, dovette confessare di aver partecipato in qualche modo, all’insurrezione contro l’esercito di Pechino. Dopo l’occupazione, la Cina intraprese la rivoluzione culturale e diede inizio alla campagna di cancellazione del Tibet.

….. ci dissero che la rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao e che chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato “schiacciato come un verme”. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

( Nella foto Palden Gyatso mostra alcuni strumenti di tortura usati su di lui e le sue gambe)

…….ci costringevano a vedere filmati come quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache toglievano la verginità utilizzando dei bastoni elettrici o altri oggetti in quanti il PCC non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti.

Nato nel 1933, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito affermò; “La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d’ispirazione per tutti noi”.

Chiamato a testimoniare all’Onu, al Congresso statunitense e all’Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una lettera inviata alla Commissione dei diritti dell’uomo della stessa Onu: “Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive”, ha scritto nel 1995 l’allora ambasciatore Ma Yuzhens. “Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita”.

Questo monaco esile ma tenace e determinato è riuscito a evadere due volte, prima di essere liberato definitivamente nel 1962 La seconda volta fu ammanettato perché sorpreso mentre appendeva manifesti pro Tibet.

Continua il Monaco:

…quando mi arrestarono per la seconda volta un carceriere mi urlò: “Eccoti l’indipendenza”. E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche – non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto.

Come Gyatso ha resistito trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. “Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s’impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili”…nel tempo le torture divennero più sofisticate:

Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un’altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue”.
.. verso la fine degli anni ottanta mi dissero che ero libero, rimasi incredulo. Uscito di prigione venivo pedinato da ufficiali cinesi.

Gyasto ha scritto le sue memorie: IL FUOCO SOTTO LA NEVE pubblicato nel 1997.

Una volta uscito di prigione non ha più ritrovato il suo Tibet e nemmeno i membri della sua famiglia erano stati arrestati, uccisi. Ma ha trovato anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno “adottato” Gyatso come prigioniero di coscienza.

“La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso”

Un giornalista gli domandò:-

Durante i suoi lunghi anni d detenzione nei Laogai, le innumerevoli e crudeli torture subite ha mai temuto di perdere qualcosa?

Il monaco rispose:-

Si, la compassione nei confronti dei miei torturatori.

Video intervista a Palden Gyasto : in questa prima parte il monaco parla della vita all’interno di un Laogai. Nella seconda tratta le immolazioni. Potete trovarla su you Tube, Intervista a Palden Gyatso – Seconda parte: Le immolazioni [1]

Gianni Taeshin Da Valle, 24/05/2016