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Padre Cervellera: La Cina scricchiola

«La frattura enorme fra ricchi e poveri rischia di provocare una rivoluzione cento volte più violenta di quella condotta da Mao». A parlare non è un profeta di sventure, ma un analista attento di ciò che sta accadendo in Cina. Padre Bernardo Cervellera, originario di Taranto ma cresciuto a Sesto San Giovanni, prete dal ’78, ha una lunga e ricca storia di rapporto con la Cina.
Una storia anche tormentata: nel 1995 – evitando di segnalare che era un prete, cosa disdicevole in Cina – si era trovato ad insegnare Storia della civiltà occidentale all’università di Pechino. Poi, un giorno, lo convoca la commissaria politica dell’ateneo e lo “invita” a lasciare l’insegnamento e il Paese entro 48 ore.
Ma padre Cervellera ha continuato a frequentare questo Paese che lo affascina; l’ultima volta è stato lo scorso anno, per le Olimpiadi.
E l’attenzione sulla Cina l’ha mantenuta ben desta professionalmente: dopo aver guidato l’agenzia di stampa Fides, padre Cervellera da alcuni anni dirige Asianews, l’agenzia del Pime (Pontificio istituto missioni estere), che opera con una fitta rete di corrispondenti in ogni angolo del Medio ed Estremo Oriente (da Gerusalemme a Bangkok, da Bagdad a Tokyo, da Bombay a Seoul, da Islamabad a Manila).
Il religioso era a Venezia, nei giorni scorsi, invitato dallo Studium Generale Marcianum ad essere uno dei relatori al convegno internazionale di studi “La Chiesa cattolica in Cina: il nodo della libertà religiosa”, promosso dalla Facoltà di Diritto Canonico S. Pio X, in ricordo del card. Celso Costantini, primo delegato della Chiesa cattolica nel Paese asiatico, morto 50 anni fa.
Libertà religiosa, appunto: è notorio che in Cina è carente [1]. Eppure si parla di 150mila conversioni al cattolicesimo ogni anno: quasi un paradosso…
Beh, certo le conversioni non avvengono grazie al governo. E’ un paradosso, ma comprensibile, perché questa Cina, che si è trasformata ed è diventata un gigante economico, rimane un paese materialista. Materialista perché adesso vende consumismo e capitalismo selvaggio, ma anche perché resta, tradizionalmente, un paese imperiale, di un materialismo di tipo neo-confuciano. Ed allo stesso tempo è un Paese che continua a controllare il suo popolo, come tutti i paesi comunisti.
E dietro a tutto questo materialismo…
C’è una fortissima domanda di tipo religioso. Parlo della domanda sul significato della vita, ma anche della domanda sui valori che vanno aldilà dell’oggi. E infine è forte la domanda di maggiore dignità.
Una reazione, insomma, al regime politico?
Sì, perché l’uomo è fatto per Dio, non per il partito. E poi c’è tanta gente delusa dal percorso di questo partito comunista. Tant’è vero che anche nel partito, secondo documenti segreti che Asianews ha pubblicato, un terzo dei membri del partito segue una qualche religione, con grande paura della leadership che non sa cosa fare.
Le contraddizioni sono forti…
Sì, e rendono manifesta una schizofrenia: la Cina ha voluto diventare un Paese moderno, ma prendendo dall’Occidente solo i principali elementi di tecnica, di economia, di produzione industriale. Ma non ha voluto tutto il deposito che l’Occidente ha come ricchezza propria, che viene dalla tradizione giudaico-cristiana: il deposito dei diritti umani. Ragion per cui, da quando è iniziata la modernizzazione della Cina, puntualmente ci sono delle crisi politiche: nell’86, nell’89, tuttora, con richieste pressanti da parte della popolazione di avere più rispetto per i diritti umani, per la libertà religiosa…
Tutto ciò prelude alla frana dell’impero comunista cinese?
Io me lo auguro.
I segnali sono molti…
Sì, ci sono tantissimi segnali che incrinano l’immagine di potenza e di compattezza enorme del sistema cinese. I segnali dicono lo svuotamento dell’ideologia comunista e il fatto che la società non ha più collante. Resta, cioè, solo il collante del potere militare, del controllo. Ma per il resto ogni uomo, ogni famiglia cerca di trovare qualche significato per conto suo.
Resta il fatto che la Cina è tutta percorsa da una crescita economica che sembra risentire meno di altri della crisi. E nella crescita economica si ricompatta…
Solo apparentemente. C’è una grandissima ingiustizia nel sistema del socialismo con caratteristiche cinesi, che praticamente è un capitalismo selvaggio messo nelle mani del partito comunista. Il partito è infatti, insieme, un’oligarchia di tipo politico e un’oligarchia di tipo economico, e questo capitalismo selvaggio sta portando ad un’enorme corruzione fra i membri del partito, tanto che gli scandali si susseguono. E oltre ad un enorme inquinamento ambientale, si sta arrivando ad un gigantesco divario fra ricchi e poveri.
E questa è la miccia che può far scoppiare il sistema Cina?
Sì, perché può creare delle rivolte violente che possono abbracciare tutto il Paese. Attualmente governo e partito cercano di frenare queste rivolte perché restino ad un livello locale. Ma lo stesso ministro dell’interno dice che è un problema gravissimo, perché aumentano quelli che loro chiamano “incidenti di massa”: in un anno ce ne sono stati 87.000.
L’Occidente, che ha trasferito tutta la sua produzione nella “fabbrica Cina”, potrebbe fare qualcosa per evitare l’esplosione del sistema?
Bisognerebbe che tutti gli occidentali che commerciano con la Cina portassero con sé uno stile di vita, di rispetto del lavoro e dei diritti del lavoratori che è tipico della cultura occidentale.
Un po’ difficile, a quanto pare, dinanzi agli alti profitti…
No, guardi, io ho amici che lo fanno: persone che commerciano con la Cina e che invece di sfruttare fino al midollo la popolazione cinese, aumentano i salari, migliorano le condizioni dei dormitori e delle mense… e questo incide per pochissimo nei loro guadagni.
Speriamo che lei abbia tanti amici…
Speriamo… (ride): no, non ne ho tanti. Il problema della Cina è purtroppo quello che lei dice: che l’Occidente alla fin fine è interessato solo al profitto e mette questo come unico criterio del rapporto.
Ma alla fine questo criterio può diventare un boomerang…
Certo, l’ho sempre detto da quando scrivo articoli e libri sulla Cina. Quanto più il mondo occidentale non si preoccupa dei diritti umani dei cinesi, tanto più si scava la fossa da sé, perché crea le condizioni per un esplosione della situazione, che si ripercuoterà pesantemente sull’Occidente stesso.

Giorgio Malavasi, Gvonline.it 18 maggio 2009