Operazione Guangdong: così Pechino rapisce i dissidenti cinesi fuggiti all’estero

L’obiettivo sarebbe «cancellare alla fonte» le pubblicazioni che criticano il governo e al tempo stesso spaventare i dissidenti. La polizia cinese avrebbe dato ordine di agire anche all’estero, dalla Thailandia a Hong Kong, con operazioni di «prelievo» dei ricercati.

PECHINO.C’è un piano per arrestare gli oppositori cinesi fuggiti all’estero con «rapimenti di Stato»? Li Xin era un giornalista cinese del Southern Metropolis Daily di Guangzhou (Canton), una voce relativamente libera nella stampa cinese. Ed è scomparso in Thailandia. Si era rifugiato in India a ottobre, dopo che la polizia cinese aveva cercato di trasformarlo in informatore, di costringerlo a spiare gli attivisti dei diritti civili, minacciando di incriminarlo per spionaggio se non avesse accettato. A New Delhi, Li Xin aveva rivelato un documento con una lista di argomenti sui quali la censura cinese impone il silenzio. Le autorità indiane gli hanno negato asilo politico, perché non vogliono altri problemi con Pechino. Anche l’ambasciata americana gli ha rifiutato un visto turistico. Così Li Xin è passato in Thailandia e la mattina del 10 gennaio è salito su un treno per il Laos. Da allora è scomparso.

A ottobre è sparito in Thailandia durante una vacanza Gui Minhai, editore e scrittore hongkonghese con passaporto anche svedese noto per aver pubblicato libri scandalistici sui dirigenti della Cina. Gui Minhai fa parte del gruppo dei «cinque librai» di Hong Kong svaniti negli ultimi mesi. A Bangkok non risulta che sia uscito dal loro territorio mostrando un passaporto alla frontiera. Nei giorni scorsi Gui è stato esibito dalla Cctv statale di Pechino mentre confessava un vecchio caso di guida in stato di ubriachezza per il quale avrebbe sentito il dovere di consegnarsi alla polizia, dodici anni dopo.

Un altro dei librai mancanti all’appello, Lee Bo, cittadino hongkonghese e britannico, è riapparso nel Guangdong, la regione cinese che confina con l’ex colonia britannica: dopo giorni di silenzio ha mandato una serie di lettere dichiarando di essersi consegnato di propria volontà alla polizia della Repubblica popolare per «collaborare in un’inchiesta delicata».

A Hong Kong nessuno crede a queste versioni: il passaporto di Lee Bo, indispensabile per entrare in Cina, è rimasto a casa. Più probabile che Gui e Lee abbiano richiamato l’attenzione cinese perché stavano per pubblicare un libro sulla vita privata di Xi Jinping (che è stato cancellato). A Hong Kong ci sono state manifestazioni contro l’attacco cinese della libertà di stampa e di parola, che dovrebbe essere garantita fino al 2047 in base agli accordi che portarono alla restituzione del territorio nel 1997 da parte di Londra.

Che cosa sta succedendo? A Hong Kong tra i giornalisti e i deputati anti Pechino circola un documento interno al partito comunista che forse contiene la risposta. Si chiamerebbe «Piano d’azione Guangdong»: obiettivo «cancellare alla fonte» le pubblicazioni che diffondono critiche al governo di Pechino e spaventare i dissidenti. Per metterlo in pratica, alla polizia cinese sarebbe stato dato ordine di agire anche all’estero, con operazioni di «prelievo» dei ricercati e pressioni su Paesi vicini perché collaborino. A novembre due cinesi registrati come rifugiati negli uffici dell’Onu sono stati arrestati e rimandati in Cina dalla Thailandia.

A Pechino intanto vengono arrestati i pochi avvocati dei diritti civili e si intimidiscono anche gli stranieri delle organizzazioni non governative che cercano di fornire assistenza legale. La settimana scorsa lo svedese Peter Dahlin è stato esibito in tv in un’altra confessione pubblica: ha ammesso di «aver causato danno al governo centrale e ferito il popolo cinese» e ha chiesto perdono. I colleghi della sua ong dicono che è un’assurdità estorta. Sophie Richardson, direttrice di Human Rights Watch per la Cina ha detto al Sunday Times che gli apparenti rapimenti all’estero e gli arresti di stranieri sono un segnale: «Ora ci si chiede: chi sarà il prossimo? E di quale nazionalità?». E Jerome Cohen, docente della New York University School of Law, esperto di diritto cinese, commenta: «Non è solo il braccio della legge cinese che si allunga, ma il braccio dell’illegalità».

Corriere.it,25/01/2016

 

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