Operai schiavizzati, 5 arresti: c’è anche l’imprenditore che rappresentava la comunità cinese e trattava con le istituzioni

I carabinieri hanno scoperto che gli operai cinesi e bengalesi lavoravano anche 15 ore al giorno per uno stipendio mensile che oscillava tra i 400 e i 500 euro.

Immagine da archivio

Facevano lavorare gli operai anche 15 ore al giorno per uno stipendio oscillante tra i 400 e i 500 euro. Per questo tre imprenditori cinesi sono finiti in carcere e un quarto agli arresti domiciliari, mentre sono in corso le ricerche per rintracciare il quinto indagato, destinatario di un’ordinanza di custodia ai domiciliari. E’ l’esito di un’inchiesta condotta dalla Procura sullo sfruttamento della manodopera in condizioni di bisogno.

Secondo quanto riferito, dal giugno 2018 i cinque indagati, tutti originari del Fujan e legati da rapporti di parentela, avrebbero avuto alle loro dipendenze 31 connazionali, tra cui una minorenne e una donna incinta, e 13 bengalesi, che venivano pagati con uno stipendio da fame e alloggiavano in condizioni ritenute di estremo degrado.

L’inchiesta condotta dai sostituti procuratori Vincenzo Nitti e Lorenzo Gestri ha preso il nome di “Operazione Massimo” perché è iniziata da un controllo dell’Inps, nel 2018, sulla confezione Massimo di via Pisa. Tra gli arrestati figurano She Jinquan, 47 anni, considerato dagli inquirenti il titolare occulto dell’attività, e il figlio She Menjian, 24 anni, detto Massimo. She Jinquan, ha spiegato il procuratore Giuseppe Nicolosi nel corso di una conferenza stampa, si era accreditat come rappresentante della comunità cinese, in particolare dei cinesi originari del Fujian, e aveva interloquito anche con le istituzioni pratesi.

“Questa è una cosa che ci preoccupa – ha detto Nicolosi – perché ci troviamo di fronte a imprenditori che si presentano come rappresentanti della comunità e in questa veste parlano con le istituzioni e poi fanno impresa in questa maniera. Siamo consapevoli che quello venuto alla luce in questa inchiesta non è un caso isolato ma un modo sistematico di fare impresa. Le nostre indagini possono colpire i singoli casi ma non possono contrastare il fenomeno, un compito che richiederebbe altri mezzi”. Per questo il procuratore ha annunciato che farà di tutto perché venga prorogato il patto per il Lavoro sicuro che è in scadenza a dicembre e prevede l’impiego degli ispettori del Dipartimento di prevenzione dell’Asl nel controllo delle confezioni cinesi.

La guardia di finanza, che ha collaborato coi carabinieri e con l’Inps nell’inchiesta, ha accertato, sempre secondo Nicolosi, un’evasione fiscale e contributiva di un milione e 800mila euro. Agli atti dell’inchiesta ci sono tracce di bonifici per un milione e 300mila euro in partenza da Prato e diretti in Cina tra il 2015 e il 2019. C’è anche un bonificio di 350mila euro dalla Cina alla famiglia She, giustificato come donazione, che è servito per acquistare un immobile, ora sequestrato dalla guardia di finanza.

“A Prato non c’è posto per chi fa impresa sulla pelle delle persone – ha commentato il sindaco Matteo Biffoni – Il Piano Lavoro sicuro deve continuare visti i risultati che questo tipo di controlli stanno ottenendo e il presidente Giani ne è assolutamente consapevole”.

Fonte: Il Tirreno,06/10/2020

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