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Ong in Cina: “Il governo vuole più trasparenza. Cioè più controllo”

Il regime comunista cinese continua a non trovare una soluzione alla questione delle Organizzazioni non governative: sempre più necessarie per lo sviluppo sociale e per il loro operato di sostegno alle fasce più deboli della popolazione, sono viste con molto sospetto dall’apparato statale. Dopo una lunga fase in cui sono state costrette alla semi-clandestinità, le Ong vivono da circa due anni sotto la lente dei Dipartimenti governativi preposti al loro controllo. Oggi, alcuni nuovi regolamenti mirano a rendere più trasparente la loro gestione ma rischiano di divenire un nuovo strumento di controllo. Le nuove regole sono state emanate dal Ministero degli Affari civili. Secondo il testo, le Ong senza scopi di lucro devono pubblicare i dettagli esatti di ogni entrata e ogni uscita economia. Inoltre, per i progetti di raccolta fondi più lunghi di tre mesi, il Ministero impone a ogni opera di beneficenza di pubblicare ogni 3 mesi il resoconto delle spese e introiti durante le campagne di raccolta fondi, seguito poi da un un rapporto finale più dettagliato. Inoltre, come si legge nel testo, “le fondazioni non devono usare il proprio nome, immagine o progetti per scopi non caritatevoli”. I costi approvati per le Ong proibiscono l’uso di donazioni pubbliche per pagare “spese eccessive”: fra questi sono inclusi gli stipendi degli operatori e non precisati “benefits”. Lo scopo dichiarato è quello di limitare la corruzione nel settore: alla fine dello scorso anno c’erano 2500 fondazioni registrate, il doppio rispetto al 2005. In totale, queste gestiscono fondi per più di 60 miliardi di yuan. Negli ultimi anni, diversi scandali hanno colpito il mondo delle Ong. Una giovane dirigente di un’ente vicino alla Croce Rossa è finita nell’occhio del ciclone per le sue borse costose sfoggiate su internet e per le sue macchine di lusso. Dopo un’indagine si è scoperto inoltre che la China Song Ching Ling Foundation, la terza Ong del Paese per grandezza, ha guadagnato 3 miliardi di yuan usando i fondi donati non per opere di utilità sociale ma per fare investimenti privati. Una fonte di AsiaNews che opera nel sociale spiega: “Il vero problema è nel limite all’uso dei fondi. Il governo vuole avere sotto mano la possibilità di controllare ogni uscita di denaro, ma se non si possono spendere soldi per assumere i lavoratori migliori non si può migliorare. E tutta questa trasparenza è molto buona, ma non è applicata in tutti i campi della società”. Il cuore del problema, scrive un commentatore cinese, “sta nell’ambivalenza del governo nei confronti del ruolo delle Ong sul territorio nazionale. Per tradizione sono viste come creatrici di problemi, non agenti di un cambiamento positivo. Ma questo modo di pensare presenta diversi ostacoli alla creazione di una legge equilibrata a loro sostegno. Come ha osservato un operatore impegnato nel sociale, le Ong straniere e quelle nazionali impegnate sulle riforme politiche o sull’affermazione dei diritti umani continueranno a subire sfide e sfiducia da parte delle autorità”. Tuttavia “va sottolineato che, almeno sulla carta, le altre organizzazioni avranno maggiore libertà di operare sul territorio. Il loro contributo è cruciale per la Cina. Una società civile più forte è cruciale per il Paese in questa fase di sviluppo, ma questo si può ottenere solo se le Ong non diventano un’arma del governo”.

Fonte: Asia News, 3 agosto 2012