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Ombre cinesi e fiamme tibetane: la “Politica delle Immolazioni”

“Visto il deteriorarsi della situazione all’interno del Tibet che a partire dal 2008 ha portato all’aumento dei casi di autoimmolazione da parte di tibetani, siamo costretti a presentare le nostre dimissioni. Inoltre, il Fronte Unito non ha risposto positivamente al Memorandum sulla effettiva autonomia del popolo tibetano presentato nel 2008 e alla sua ‘Nota’ del 2010. Quindi in questo momento è difficile avere un effettivo dialogo”.
Con queste amare parole, lo scorso 3 giugno hanno rassegnato le loro dimissioni Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen quali inviati del Dalai Lama impegnati in un difficile tentativo di negoziati con esponenti del governo di Pechino, iniziato nel 2002 e bruscamente interrotto nel 2010. Il Kalon Tripa Dr. Lobsang Sangay, capo della “Central Tibetan Administration in exile”, ha accettato con dispiacere le dimissioni dei due inviati.
Mentre a Dharamsala si compiva quello che probabilmente è l’ultimo atto del tentativo del Dalai Lama e del suo Governo in esilio di aprire un effettivo dialogo con Pechino (il Middle Way Approach), in Tibet la situazione andava ancor più deteriorandosi. Pochi giorni prima delle dimissioni di Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, a Lhasa due giovani tibetani si erano dati fuoco per protestare contro l’occupazione cinese. La capitale della Regione Autonoma del Tibet è stata immediatamente chiusa al turismo e sottoposta a una sorta di legge marziale non dichiarata. Il 27 marzo 2009, nella cittadina di Ngaba situata nella area autonoma tibetana della provincia del Sichuan, Tapey, un giovane monaco del monastero di Kirti si era dato fuoco in segno di protesta dopo aver sventolato una bandiera tibetana con al suo centro una foto del Dalai Lama. Da quel giorno, 41 persone (35 uomini e sei donne) si sono immolate come segno di protesta contro l’occupazione cinese. Il 30 maggio Rikyo, una trentenne madre di tre figli, si è immolata nei pressi del monastero Jonang Dzamthang Gonchen (Ngaba). Venerdì 15 giugno Tamding Thar, un nomade tibetano di cinquant’anni si è immolato davanti alla stazione di polizia del villaggio di Chentsa (Prefettura Autonoma tibetana di Malho, provincia del Qinghai). Il 20 giugno due giovani tibetani (Ngawang Norphel e Tenzin Khedup) si sono dati fuoco a Jyekundo (nel Kham, oggi Provincia Autonoma Tibetana nel Qinghai).
Questa sorta di “Politica delle Immolazioni” ha preso alla sprovvista il governo cinese il quale deve fare i conti con la spiacevole realtà che dopo l’estesa rivolta della primavera del 2008, sia nella Regione Autonoma del Tibet sia nelle Prefetture Tibetane del Qinghai e dello Sichuan, la situazione non si è più normalizzata. Nonostante Pechino cerchi di screditare coloro che compiono questi tragici gesti parlando di azioni folli dovute alle loro precarie condizioni psichiche, in realtà le auto immolazioni sono gesti di radicale protesta contro la presenza cinese in Tibet che le popolazioni locali vivono come un autentico dominio coloniale. Quale sia lo spirito alla base di queste drammatiche scelte lo spiega molto bene una sorta di testamento spirituale lasciato da Sopa Rinpoche, un importante monaco immolatosi con il fuoco l’8 gennaio 2012 nella contea di Darlag (Prefettura Autonoma Tibetana di Golog, provincia del Qinghai). “Sacrifico il mio corpo come offerta di luce che riesce a disperdere l’oscurità. Compio una tale azione non per me stesso, non per realizzare un mio personale desiderio, non per ricavarne onore. Sacrifico il mio corpo con ferma determinazione e purezza di cuore, proprio come il Buddha offrì coraggiosamente il suo corpo a una tigre affamata”.
Pechino, pur rispondendo con la consueta durezza a questi estreme azioni di dissenso (arrestando i pochi che sopravvivono alle fiamme e isolando immediatamente le zone in cui avvengono le immolazioni) è notevolmente imbarazzata da questa situazione. L’idea che dalle remote aree del nord-est tibetano la “Politica delle Immolazioni” possa diffondersi nella Regione Autonoma del Tibet e le fiamme che rischiano di incendiare la prateria cinese possano venire immortalate dalle telecamere e dalle macchine fotografiche dei turisti, turba non poco i sonni dei dirigenti cinesi. Certo una soluzione per risolvere il problema poteva essere trovata nelle moderate proposte del Dalai Lama il quale ha da tempo smesso di chiedere l’indipendenza del Paese delle Nevi optando per una sorta di “genuina autonomia” del Tibet all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Probabilmente tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio qualcuno, all’interno dei palazzi del potere di Zhongnanhai, è stato tentato di dare credito al Dalai Lama consentendo nel 2002 l’inizio di una serie di colloqui con rappresentanti del leader tibetano che però, come abbiamo visto, sono poi terminati nel 2010. Il problema, con ogni probabilità, è duplice. Da una parte a Pechino si sono convinti, in particolare dopo la rivolta del 2008, che lo stesso Dalai Lama non è in grado di contenere la protesta del suo popolo e convincerlo ad accettare la presenza cinese sul Tetto del Mondo. Lo spettro degli anni ’50, quando nonostante il parere non certo favorevole del Dalai Lama il popolo tibetano diede vita a una dura resistenza armata contro gli eserciti comunisti, deve essere ancora ben presente nel cielo sopra Pechino. Dall’altra parte, la proposta del Dalai Lama di riunire in un’unica entità autonoma l’insieme dei territori del vecchio Tibet indipendente (e quindi ampliando di molto la presente Regione Autonoma del Tibet) si scontra con l’idea molto radicata tra i dirigenti cinesi che più la Cina si apre alle leggi e alle insidie di una economia di mercato più il Partito Comunista deve aumentare il proprio controllo sulla società. E’ chiarissimo a tutti i leader che si sono avvicendati al governo della Cina dal 1989 in poi, che il grande errore di Gorbaciov fu quello di coniugare insieme le indispensabili aperture economiche con quelle politiche. Non vi è dubbio che a Pechino ritengono questo l’imperdonabile errore che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica. Ed è una strada che nessun esponente politico in Cina vuole percorrere. Quindi non vi è spazio per accogliere anche le più banali richieste. Il Premio Nobel per la Pace Liu Xia Bo continua a rimanere nei laogai (i campi di lavoro forzati), i praticanti della corrente spirituale Falun Dafa sono sempre perseguitati, i blogger dissidenti repressi e Internet sotto un attento controllo censorio, etc. E‘ chiaro che all’interno di un simile orizzonte le ragionevoli proposte del Dalai Lama non hanno trovato udienza e del tutto verosimilmente non la troveranno nemmeno in futuro. La concessione di una “genuina autonomia” al popolo tibetano è vista a Pechino come una prima pericolosissima crepa che potrebbe in breve allargarsi fino a far crollare l’intero edificio.
Quindi, nonostante il Dr. Lobsang Sangay si dichiari ancora convinto della possibilità di un dialogo sulla questione del Tibet, “La dirigenza tibetana rimane fermamente legata alla non violenza e all’approccio della Via di Mezzo e crede fortemente che il dialogo sia l’unico modo per risolvere la questione del Tibet. La dirigenza tibetana considera la sostanza del discutere primaria e il processo secondario. Rimane quindi pronta ad impegnarsi in un costruttivo dialogo ovunque e in qualsiasi momento”, ha scritto in un comunicato reso noto il 3 giugno 2012, l’ipotesi che le proposte del Dalai Lama possano essere accolte dall’attuale leadership cinese, appare sempre più simile ad un miraggio.
A questo punto è difficile prevedere come possa evolversi la situazione. Con tutta probabilità in Tibet le auto immolazioni con il fuoco continueranno alimentando la spirale protesta-repressione-protesta che, mai spentasi del tutto, si è riaccesa con ancor più virulenza a partire dal 2008. Sull’altro versante dell’Himalaya, tra l’universo variegato della diaspora tibetana in India, è possibile che nasca un movimento in diretta contrapposizione alla politica moderata portata avanti dal Dalai Lama e dal suo governo in esilio negli ultimi decenni. La assoluta mancanza di risultati del Middle Way Approach, di cui lo stesso Dalai Lama ha preso atto in una recente intervista concessa alla BBC in cui ha ammesso che la Via di Mezzo è stata “… più o meno un fallimento”, sta spostando su posizioni più radicali molti rifugiati. E’ quindi probabile che da qui a poco tempo possa vedere la luce in esilio una sorta di partito dell’indipendenza tibetana ispirato dall’esperienza dell’Indian National Congress di Gandhi e di altri movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non è da esludere che un tale movimento politico possa, nel giro di qualche anno, divenire maggioritario nel mondo della diaspora tibetana e imporre un mutamento della politica della Central Tibetan Administration.
In ogni caso, quali che siano gli sviluppi della situazione dentro e fuori il Tibet, è palese che nessun cambiamento potrà avvenire sul Tetto del Mondo se prima non ci sarà un cambiamento dello stato di cose presenti all’interno della stessa Cina. L’attuale regime ha ampiamente dimostrato di non voler concedere spazio ad alcuna ipotesi di autentico rinnovamento. L’antica frase di Mao Tse Dong, “Sarà una scintilla a dar vita all’incendio della prateria” è scolpita nella memoria della leadership cinese che non ha la benché minima intenzione di permettere a nessuna scintilla di accendersi e propagarsi. Ove però a Pechino dovesse spuntare l’alba di un nuovo inizio, il riverbero di quella luce potrebbe in breve giungere ad illuminare gli altipiani del Tibet. Aprendo così scenari oggi difficili da immaginare. Certo, allo stato attuale delle cose uno scenario del genere sembra appartenere più all’ambito della fantapolitica che a quello delle ipotesi razionali. Però cosa si sarebbe detto, ad esempio nel 1988, di qualcuno così folle di affermare che nel giro di una manciata di anni l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta e il muro di Berlino crollato in una notte?

Piero Verni

Fonte: Blog di Piero Verni, 25 giugno 2012