OBAMA: Necessaria maggiore libertà di culto in Cina

Parola del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che durante il discorso al National Prayer Breakfast ha citato tra gli esempi di restrizioni al culto dei cittadini la Cina e il Myanmar.

“Ci sono momenti in cui lavoriamo assieme a governi che non sempre rispettano i nostri standard – ha dichiarato Obama – ma che lavorano con noi su questioni chiave come la sicurezza del popolo americano”. Proprio Pechino è il primo esempio da cui Obama prende le mosse per spiegare il concetto. “Quando incontro i leader cinesi – spiega Obama sottolineando le ripercussioni globali dei rapporti tra le due sponde del Pacifico – sottolineo che per realizzare il proprio potenziale la Cina debba sostenere i diritti universali, includendo anche cristiani, buddisti tibetani e uighuri musulmani”.

Nel discorso di Obama c’è posto anche per altre aree del mondo a rischio per il mancato rispetto dei diritti umani, come Nigeria e Sud Sudan, in Africa e Corea del Nord e Iran, oltre al Myanmar, in Asia. Nessuna replica, al momento, da Pechino, ma il tema dei diritti umani è stato al centro di una delle ultime polemiche – indirette – dei giorni scorsi tra Cina e Stati Uniti.

Un professore di legge, Shen Tong, della Nankai University, aveva criticato duramente il rapporto sulla Cina compilato dall’organizzazione in difesa dei diritti umani con sede a New York Human Rights Watch, spiegando che non venivano riconosciuti i passi in avanti in tema di riforma della giustizia in Cina e i progressi compiuti con l’abolizione del sistema di rieducazione attraverso il lavoro, il laojiao.

Nel rapporto HRW scriveva di non avere elementi sufficienti a stabilire se con la fine del laojiao sarebbe finita anche la pratica della detenzione extragiudiziale e in che modo sarebbero stati riconvertiti gli istituti di pena.

Le dichiarazioni di Obama arrivano in un periodo di lento cambiamento nella considerazione che la Cina ha della religione. Negli scorsi mesi, gli organi di stampa cinesi, su tutti proprio il Quotidiano del Popolo, organo del PCC, avevano sottolineato l’importanza dei culti tradizionali in Cina – non solo il confucianesimo, ma anche il taoismo – e il loro ruolo nel rafforzare il sentimento di unità nazionale.

Le fedi tradizionali, scriveva il giornale, incoraggiano valori come “riconciliazione, benevolenza, tolleranza e moderazione”, tutti cari al presidente cinese Xi Jinping, impegnato da tempo nella campagna contro le stravaganze e gli sprechi. Gli ultimi giorni sono stati segnati, però, anche da un altro evento: il divieto alla vendita dei libri di indovini e di feng shui in Cina, molto popolari in questo periodo.

Due esperti di Feng shui di Hong Kong, scriveva nei giorni scorsi il South China Morning Post, hanno lamentato di non avere più il permesso di vendere i loro libri sul mercato cinese. Il tutto sarebbe frutto di un apparente divieto alle superstizioni voluto direttamente dal presidente Xi. Una restrizione che ha, però, già i primi vincitori: le librerie e i negozi on line. L’ultimo libro di Li Kui, uno dei più noti maestri di Feng Shui, ha venduto in Cina 15mila copie in un solo giorno su T-mall, una delle più note catene di e-commerce cinesi.

Agi China 24,07/Gennaio/2014

English version,click here:
Religious Freedom Is a Tenet of Foreign Policy, Obama Says

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