Nuova Via della Seta e diritti umani: il grande nodo della Cina

Riemerge, prepotente, la dicotomia tra un progetto avveniristico come la Nuova Via della Seta ed un Paese ancorato a principi e valori di epoche passate, la Cina. Il progetto della Nuova Via della Seta è tornato prepotentemente nell’agenda politica della comunità internazionale in questi giorni.

Il motivo non è la chiusura di nuovi accordi o un ulteriore passo in avanti nel piano di applicazione delle intese bilaterali, bensì la condanna da parte di 23 Paesi (per ora) delle detenzioni extragiudiziali in Xinjiang, regione autonoma nell’estremo Occidente cinese, a forte connotazione islamica.

Nei propositi e nelle intenzioni la Nuova Via della Seta – Belt and Road Initiative (Bri) il nome internazionale del progetto – è un affare potenzialmente colossale, che prevede un’implementazione dei collegamenti commerciali tra la Cina ed i Paesi dell’Eurasia, attraverso cinque rotte (tre terrestri e due marittime) e diversi centri di connessione (economici e diplomatici). Un piano d’investimento da che sfiora i 150 miliardi di dollari, annunciato nel 2013 e destinato, in pochi anni e se effettivamente attuato, a divenire il più grande progetto infrastrutturale della storia, con 68 Paesi coinvolti e quasi il 70% della popolazione mondiale coinvolta.

Infografica di Alberto Bellotto

Ma si sa, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, ovvero l’impossibilità di conciliare una operazione colossale come questa con il modus operandi de governo cinese in relazioni al rispetto dei diritti umani.

Oggi che i rappresentanti di 23 governi (Italia compresa) hanno espressamente chiesto, in una lettera, l’intervento delle Nazioni Unite sulle detenzioni di massa messe in atto dalla Cina nella regione dello Xinjiang, la distanza appare irrisolvibile.

La missiva, indirizzata al presidente del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Coly Seck e all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet, palesa la crescente preoccupazione per la quantità e la qualità delle detenzioni nella regione, che riscontrano quotidiane violazioni dei diritti umani e, nella migliore delle ipotesi, contravvenzioni ai più elementari obblighi internazionali. Dalla Cina fanno sapere che si tratterebbe di accuse infondate, al peggio, di calunnie fatte circolare solo per gettare ombre sulla gestione interna del Paese del Sol Levante.

Gli studi effettuati in loco e le testimonianze di chi è entrato in contatto con questa realtà, però, mostrano uno scenario abbastanza allarmante, soprattutto in relazione alla diffusione dei riformatori o “scuole professionali” per la rieducazione, fortezze munite di anacronistiche torrette di guardia, impianti di videosorveglianza e guardie disseminate nel perimetro della struttura.

Da Pechino ribadiscono si tratti semplicemente di luoghi indirizzati alla riabilitazione totale (introdotta dal 2017) di persone macchiatesi nel tempo di comportamenti riconducibili al radicalismo islamico.

Gli studi indipendenti realizzati sul posto (facilmente reperibili online) ci consegnano una fotografia che tanto si discosta dai percorsi di riabilitazione sociale e tanto si avvicina a strutture con una gestione vicina a quella dei lager.

I numeri fanno impressione: nei campi dello Xinjiang si trovano più di 1,5 milioni di persone di origine prevalentemente uigura, ma anche kazake, kirghise, uzbeke e perfino tartare tutte arrestate e collocate nelle strutture di cui sopra senza processo.

Le zone d’ombra e le risposte irritate da parte della Cina testimoniano la delicatezza della questione, resa evidente dal ricorso alla lettera aperta da parte della comunità internazionale, uno strumento a cui un organo intergovernativo ricorre sporadicamente o in attesa della formulazione di una risoluzione ufficiale vera e propria o in attesa di notizie ed approfondimenti più trasparenti da parte del Paese oggetto del monitoraggio.

Il peso politico di Pechino, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è un deterrente spesso decisivo per iniziative in disaccordo col governo cinese. Questa volta, però, un eventuale strategia del laissez faire non era digeribile e, ad oggi, si contano le firme di: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Italia, Irlanda, Giappone, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

Alla luce di questi sviluppi e delle reazioni piccate dall’interno del Paese del Dragone, come si può proseguire nei negoziati prettamente commerciali? Procedere a compartimenti stagni è impossibile con questioni in sospeso sul rispetto dei Diritti Umani.

Geng Shuang, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha annunciato dichiarazioni severe contro i Paesi firmatari e l’intenzione di chiudere in breve tempo la questione affinché vengano rispettati gli accorsi sulla Nuova Via della Seta.

L’impressione è che si tratti di dichiarazioni “di rito” che poco hanno a che fare con l’evidenza dei fatti. La Nuova Via della Seta fa riemergere vecchie inconciliabilità tra il mondo cinese e la comunità internazionale e risulta ancora impervia, nonché caratterizzata da numerosi impedimenti. La soluzione ideale è procedere con i negoziati commerciali da una parte e con le garanzie sui diritti umani dall’altra.

Saranno disposti i Paesi coinvolti a rallentare un progetto così “appetitoso” a livello economico per la salvaguardia dei diritti inviolabili? Devono esserlo, ne va della credibilità dell’intera comunità internazionale.

Fonte: Insider Over,27/07/2019

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