Nuova politica per il Tibet: repressione e modernizzazione

Riprendono oggi i dialoghi fra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese. Ma le posizioni rimangono immutate: il Dalai Lama chiede l’autonomia culturale e religiosa; Pechino lo accusa di voler dividere la nazione. Intanto in Tibet la Cina ha lanciato un nuovo programma che prevede arresti e aspre sentenze contro monaci e fedeli, insieme a un enorme sforzo finanziario e di personale. L’analisi di uno dei più grandi esperti di politica cinese.
Sono giunti oggi nella capitale cinese gli inviati del Dalai Lama per la ripresa dei colloqui sulla situazione della regione himalayana. I negoziati sono stati aperti e chiusi diverse volte dal 2002. L’ultima occasione è stata nel novembre 2008, dopo le Olimpiadi di Pechino e dopo la violenta repressione dei moti tibetani di marzo dello stesso anno. Il Dalai Lama cerca una soluzione per poter tornare in Tibet, da dove è fuggito nel 1959. In cambio egli ha da tempo annunciato la rinuncia al potere politico e all’indipendenza della regione, domandando però l’autonomia religiosa e culturale. Pechino non ha mai accettato la sua proposta, accusandolo sempre di secondi fini e di voler tramare contro “l’unità della nazione cinese”. Intanto non si fermano né le rivolte, né gli arresti e la repressione. Pechino si vanta della modernizzazione industriale del Tibet che sta portando benessere alla regione. Ma secondo il Dalai Lama questa politica sta portando al “genocidio culturale” del Tibet. Per gentile concessione della Jamestown Foundation (www.jamestown.org), pubblichiamo l’acuta analisi sulla situazione tibetana a cura di Willy Wo-lap Lam.
Il governo cinese guidato da Hu Jintao ha indurito in maniera significativa la propria politica rispetto al Tibet, in un apparente tentativo di assicurare in quella sensibile provincia il rispetto del proverbiale detto del Partito comunista cinese: “Lungo regno e stabilità perenne”.
A guidare la Regione autonoma del Tibet (Rat) sono stati nominati nuovi dirigenti di provata fede comunista. Nel frattempo, sono stati stanziati dei fondi senza precedenti per aiutare i 6,5 milioni di tibetani che vivono nella regione, così come nelle province confinanti del Sichuan, Gansu e Qinghai. Ma il fulcro dei nuovi progetti di infrastrutture rimane comunque quello di aiutare la migrazione dei cinesi di etnia han. Queste misure multifunzionali sembrano ideate per evitare possibili scontri quando il 75enne Dalai Lama scomparirà dalla scena. Nel frattempo, le prospettive di riaprire un canale di dialogo fra Pechino e il leader spirituale in esilio sono divenute più esili che mai.
I nuovi leader
Il ricambio politico che ha catturato di più l’attenzione è stata la promozione del “falco” 58enne Pema Thinley (noto anche come Padma Choling) a presidente del Rat, una carica che di fatto lo rende governatore della provincia. Pema, ex vice-presidente esecutivo che è stato anche promosso a vice-Segretario del Partito comunista del Tibet, ha preso il posto del 62enne Qiangba Pucong, che a sua volta è divenuto il presidente del Congresso del popolo (l’Assemblea legislativa) locale[1]. Dato che al relativamente moderato (ma inefficiente) Qiangba mancano ancora tre anni per andare in pensione (di norma infatti i leader comunisti provinciali lasciano il posto al raggiungimento del 65esimo anno di età) è presumibile che la sua rimozione rappresenti una punizione per non aver reagito con la necessaria durezza alle proteste anti-cinesi che sono esplose in Tibet nella primavera del 2008 e nel 2009. Pema, al contrario, è uno dei pochi dirigenti anziani di etnia tibetana ad avere alle spalle una solida esperienza militare. Ha servito nei distretti militari del Tibet e del Qinghai dal 1969 al 1986. Quando il presidente Hu era il leader del Partito tibetano, lui era il segretario della cellula comunista dell’Ufficio generale del governo, oltre che vice-presidente del distretto di Nanshan. Inoltre Pema, che dagli inizi del 2000 è stato responsabile per la legge e l’ordine sociale del Rat, è ritenuto un sostenitore feroce della “strategia dura” di Pechino contro le cosiddette “tre forze malvagie” del separatismo, terrorismo ed estremismo religioso[2].
Le nuove, dure tattiche adottate dall’apparato Stato-Partito nei confronti delle minoranze etniche sono state approvate durante la riunione dell’8 gennaio del Politburo, dedicato esclusivamente alle problematiche tibetane. Nel corso dell’incontro, il presidente Hu (che ha guidato il Partito del Tibet dal 1988 al 1992) ha esposto due obiettivi primari per la regione nel prossimo decennio: cercare di raggiungere un imponente sviluppo economico e mantenere la stabilità a lungo termine. Nello sforzo apparente di conquistare i cuori e le menti dei tibetani, Hu ha promesso che il governo centrale aiuterà il Tibet in 4 modi diversi: con massicci investimenti, con il trasferimento di tecnologia, con l’invio di dirigenti qualificati e con quello di “esperti e talenti”. E’ stato deciso che, per il prossimo anno, il Prodotto interno lordo della regione dovrà toccare il 12 %, mentre per gli investimenti ad assetto fisso è attesa una sbalorditiva crescita del 18 %.
Sotto il diktat presidenziale del “percorrere la via dello sviluppo con le caratteristiche cinesi e il profumo tibetano”, sono stati definiti altri input per lo sviluppo economico dell’area: fra questi sono previsti progetti di infrastrutture, turismo, industria mineraria e manifatturiera. Non sorprende il fatto che, all’inizio dell’anno, alla Borsa di Shanghai sia cresciuto velocemente il valore delle azioni di quella dozzina di aziende collegate con i settori dell’edilizia, dei trasporti e delle miniere del Tibet[3].
L’aeroporto più alto del mondo
Inserito negli schemi di infrastrutture previste per il 12° Piano quinquennale della regione, che va dal 2011 al 2015, c’è quello che la stampa cinese ha subito definito “l’aeroporto più alto del mondo”. Previsto a un’altitudine di 4.436 metri, l’aeroporto della prefettura tibetana di Nagqu costerà 1,8 miliardi di yuan (circa 180 milioni di euro); la sua costruzione inizierà alla fine del 2010. Secondo i media locali l’aeroporto di Nagqu dovrebbe, insieme ad altre strutture ultra-moderne come la ferrovia che unisce il Qinghai e il Tibet, “perfezionare una rete di trasporti tridimensionali che coinvolgerà lo sviluppo di tutta la regione”[4].
I tibetani in esilio e gli esperti occidentali della regione, tuttavia, hanno reagito in maniera negativa al presunto “nuovo corso” deciso da Pechino per la povera regione. I rappresentanti del Dalai Lama hanno sottolineato che gli investimenti cinesi nel Rat andranno in prevalenza a beneficio di industriali e operai specializzati provenienti da altre regioni, e soprattutto che il nuovo e modernissimo sistema di trasporti aiuterà più che altro la “cinesizzazione” del Tibet tramite la migrazione dei cinesi di etnia han nella regione.
Commentando la nuova politica tibetana del governo di Hu Jintao, Robert Barnett (tibetologo dell’ americana Columbia University) ha sottolineato che “ora la Cina sembra bloccata nel conflitto con il Tibet. Anche se ai leader politici di Pechino manca la capacità politica di ammettere che le politiche esistenti potrebbero aver fallito, ora credono che i tibetani saranno vinti con un miscuglio composto dalla repressione e da una modernizzazione rinforzata e culturalmente corrosiva che stimola la migrazione”[5].
Il presidente Hu e i suoi consiglieri non hanno chiarito che tipo di “esperti” saranno inviati in Tibet. Sull’onda delle violenze etniche che lo scorso anno sono esplose nella regione e nel Xinjiang, tuttavia, nelle caserme delle due regioni sono stati inviati ancora più soldati e ufficiali della Polizia armata del Popolo, un corpo paramilitare[6]. E’ significativo inoltre che lo scorso mese il comandante in capo di tutte le forze militari cinesi (lo stesso Hu Jintao) abbia nominato comandante della Polizia nazionale – che si stima abbia circa 1 milione di membri – un ex leader della Polizia tibetana, il tenente-generale Wang Jianping. Gli elementi “anti-cinesi” del Tibet sono per natura pacifisti e non violenti, in particolare se paragonati con i cosiddetti separatisti del Xinjiang. Eppure le autorità cinesi hanno trovato una resistenza raddoppiata, mentre stringono la morsa contro i monaci e gli altri potenziali “creatori di problemi” del Rat e dei distretti tibetani delle province confinanti. Pechino ha lanciato una controversa campagna per registrare le “qualifiche” e il resto del materiale di background di tutti i Buddha viventi, dei monaci e delle monache che vivono in Tibet.
Condanne per monaci e dissidenti
In pochi mesi, le autorità giudiziarie hanno emesso dure sentenze contro molti monaci e dissidenti. Ad esempio, il regista liberale Dhondup Wangchen è stato condannato lo scorso mese a sei anni di galera per aver girato un documentario che condanna le politiche cinesi relative alle politiche culturali in Tibet[7]. Inoltre, Pechino sembra aver chiuso la “porta girevole” dei negoziati con gli inviati del Dalai Lama. Le relazioni del Partito comunista cinese con il vincitore del Premio Nobel per la Pace si sono incrinate in maniera particolare poco prima della visita del leader tibetano nella regione indiana dell’Arunachal Pradesh, una provincia sotto la giurisdizione di Delhi che Pechino considera territorio cinese.
I diplomatici cinesi stanno inoltre tentando ogni strada per evitare che i politici delle nazioni occidentali incontrino il capo del movimento (leggi “governo”) tibetano in esilio. Secondo diversi analisti diplomatici, il governo di Hu non ritiene necessario riaprire il dialogo perché considera favorevole alla Cina il momento attuale. Alla morte del Dalai Lama, il movimento tibetano si ritroverà senza un leader riconosciuto a livello globale: sarà dunque più facile spezzettarlo in fazioni[8]. Il professor Barnett ritiene che, anche se Pechino non ha escluso del tutto la possibilità di riaprire i dialoghi, le possibilità di un compromesso sono molto esili: “La parte cinese potrebbe acconsentire a un incontro dell’ultimo minuto con il Dalai Lama, per evitare l’ignominia di costringerlo a morire in esilio. Ma fino a che ritengono che ci sia un collegamento fra il leader buddista, il fallimento delle politiche tibetane e le proteste nella regione, sarà difficile che possano offrire ai tibetani qualcosa di veramente significativo”.
Allo stesso tempo, il presidente Hu Jintao (che è il membro del Politburo incaricato degli affari delle minoranze etniche) ha rinforzato la rete della sicurezza nazionale nella Regione autonoma del Xinjiang. Per mantenere l’ordine e lo stato di diritto, il governo provinciale prevede di essere costretto a spendere nel 2010 circa 2,89 miliardi di yuan (pari a 289 milioni di euro). Questo dato rappresenta un aumento dell’87,9 % rispetto all’investimento stanziato nel 2009. Il leader della regione settentrionale Nur Bekri, membro della Lega comunista giovanile di Hu, ha detto la scorsa settimana che “per il Xinjiang rimane una priorità rafforzare la sicurezza sociale e rispondere con pugno di acciaio alle tre minacce malvagie del terrorismo, separatismo ed estremismo religioso[9]”. La decisione di indurire ancora di più la situazione nelle due province, presa dai massimi leader comunisti, ha reso ancora più improbabile la sostituzione in tempi brevi dei due Segretari comunisti locali, gli ultra-conservatori Zhang Qingli e Wang Lequn. E questo nonostante i media di Hong Kong abbiano più volte riportato che il 65enne Wang, che è stato assegnato al Xinjiang nei primi anni ’90, sarebbe stato presto trasferito in una località meno “sensibile”[10].
Eliminare i moderati
Uno dei risultati peggiori della svolta conservatrice delle politiche di Pechino rispetto a Tibet e Xinjiang è rappresentato dal fatto che i moderati di entrambi i lati sono stati costretti al silenzio. Ad esempio, prima degli scontri scoppiati a Urumqi il 5 luglio dello scorso anno, un buon numero di intellettuali – sia di etnia han che uiguri del Xinjiang – avevano messo in piedi dei siti internet che lavoravano per ottenere una riconciliazione fra le linee etniche. Quanto meno in maniera non ufficiale, i dirigenti liberali cinesi sono persino arrivati a chiedere un ritorno a quelle politiche etniche flessibili e tolleranti portate avanti da personalità illustri come l’ex Segretario del Partito Hu Yaobang e l’ex vice-premier Xi Zhongxun, defunto padre dell’attuale vice-presidente Xi Jingping[11].
Tuttavia, subito dopo la cancellazione dei siti e delle Organizzazioni liberali, le voci della ragione e della moderazione sono state messe ai margini. Inoltre il nazionalismo, che include una crescente intolleranza nei confronti di culture ritenute aliene come quelle dei tibetani e degli uiguri, sembra aumentare fra i giovani cinesi han. Così come gli attacchi all’Occidente, ritenuto il protettore dei movimenti indipendentisti della Cina. Gli ultimi strali contro tibetani e uiguri, definiti “irriconoscenti e anti-patriottici”, si possono leggere nelle chat dei siti internet cinesi più popolari. Dato il blackout delle notizie imposto su Tibet e Xinjiang, sembra che a breve termine le nuove e più dure politiche decise dal Politburo siano quanto meno riuscite a ottenere il risultato di sconfiggere tutte le manifestazioni e le rimostranze. Sul lungo periodo, tuttavia, la soppressione violenta e la “cinesizzazione” non riusciranno a produrre quel tipo di comprensione e senso di cameratismo fra le diverse nazionalità che sono necessarie per ottenere una vera stabilità a lungo termine e la prosperità.
* Willy Wo-lap Lam è un profondo conoscitore della Cina residente a Hong Kong, con più di 25 anni di esperienza di analisi e scrittura delle politiche cinesi, degli affari esteri, di quelli militari e delle relazioni fra Cina e Taiwan. Ha vissuto a Pechino dal 1986 al 1989 e ha ricoperto alti incarichi editoriali all’interno di diversi media regionali e internazionali fra cui Asiaweek, il South China Morning Post e l’ufficio Asia-Pacifico della Cnn. Il dottor Lam ha scritto cinque libri sulla Cina, fra cui “La Cina dopo Deng Xiaoping” e “L’era di Jiang Zemin”
[1] Ming Pao, quotidiano di Hong Kong, 16 gennaio 2010; Tibet Daily, 6 gennaio 2010
[2] Novosti News Agency, 12 gennaio 2010; Xinhua News Agency, 12 gennaio 2010
[3] Tibet Daily, 9 gennaio 2010; Xinhua News Agency, 9 gennaio 2010; People’s Daily, 10 gennaio 2010
[4] Afp, 12 gennaio 2010; Mil.news.sohu.com, 16 gennaio 2010
[5] Intervista con l’Autore, 15 gennaio 2010
[6] Vedi: “La crisi del Xinjiang: un test per la strategia del bastone e della carota di Pechino”, China Brief, 23 luglio 2009
[7] AsiaNews.it, 4 gennaio 2010; Reuters, 7 e 11 gennaio 2010
[8] Reuters, 8 novembre 2009; Ming Pao, 9 novembre 2009; Global Times (giornale di Pechino), 8 dicembre 2009
[9] China News Service, 8 gennaio 2010; China Daily, 13 gennaio 2010
[10] Ming Pao, 14 dicembre 2009; News.newstarnet.com (sito di Pechino), 15 dicembre 2009
[11] Afp, 9 luglio 2009; The Times (quotidiano di Londra), 7 agosto 2009
Fonte: AsiaNews, 26 gennaio 2010

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