Non solo brevetti, la Cina copia anche le ricerche scientifiche

La prestigiosa rivista britannica Lancet riporta la frode compiuta da due gruppi di chimici cinesi, che sono stati costretti a ritirare 70 pubblicazioni che avevano copiato di sana pianta. Appello al governo: “Se volete diventare superpotenza, controllate la ricerca”.

Il governo cinese “deve intervenire con forza contro le frodi scientifiche compiute dai propri cittadini. Se il presidente Hu Jintao vuole davvero che la Cina diventi entro il 2020 una superpotenza nel campo della ricerca, il suo Paese deve assumersi vere responsabilità nel campo dell’integrità scientifica”. Lo scrive oggi il Lancet, autorevole rivista medica inglese, dopo aver scoperto che dozzine di pubblicazioni scritte da due gruppi di chimici cinesi sono false.

Le pubblicazioni sono apparse nel 2007. Una rivista specializzata per chimici, Acta Crystallographica Section E, ha analizzato le scoperte dichiarate dai cinesi nel campo della cristallografia – la scienza che trasforma gli atomi in solidi – e ha scoperto che almeno 70 strutture definite “nuove” sono in realtà basate su strutture molecolari già note, a cui i chimici asiatici hanno aggiunto uno o due atomi. La frode è stata scoperta grazie a un programma di computer che compara le strutture molecolari.

I due gruppi di chimici sono entrambi dell’università Jinggangshan, nel Jiangsu, e sono guidati da Hua Zhong e da Tao Liu. Il gruppo del primo ha ritirato 41 pubblicazioni, mentre il secondo 29. Secondo il giornale che ha scoperto la truffa, “il numero totale delle falsificazioni potrebbe salire ancora”.

Secondo il Lancet, “il governo cinese deve usare questo episodio per rinvigorire gli standard di etica della ricerca, e per insegnare agli scienziati come si deve condurre uno studio. Pechino deve istituire delle procedure trasparenti e solide per garantire che non si verifichino più comportamenti scientifici così fraudolenti”.

Tuttavia, sotto accusa c’è tutto il sistema delle pubblicazioni scientifiche. Queste sono disponibili gratuitamente sulla Rete, e consentono agli autori “di chiara fama” di pubblicare sulle loro pagine. Negli ultimi sei anni, tuttavia, una serie di scandali ha messo in dubbio la funzionalità del sistema. Quello più noto riguarda il cosiddetto “pioniere della clonazione umana”, il sudcoreano Hwang Woo-suk, che ha usato la rivista Science per annunciare al mondo di aver clonato delle cellule staminali embrionali.

La dichiarazione, che apriva in teoria la strada verso la clonazione umana, è stata sostenuta nel 2004 e 2005 da una serie di risultati – apparsi sulle riviste più prestigiose – che si sono poi rivelati falsi. In seguito allo scandalo la rivista si è scusata e ha ritirato i numeri incriminati, mentre il medico coreano è stato cacciato dall’università di Seoul. Tuttavia, il mancato controllo scientifico sulle dichiarazioni ha gettato nella bufera il sistema delle pubblicazioni.

Attualmente, gli scienziati cinesi sono fra i pubblicatori più prolifici: l’11,5 % delle 271mila pubblicazioni del campo apparse lo scorso anno provengono proprio dalla Cina. Il governo cinese, a differenza di quello britannico e americano, non impone controlli centrali sulle ricerche in corso e sulle scoperte dichiarate dai singoli gruppi di scienziati.

Fonte: AsiaNews, 8 gennaio 2010

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