Niente sedia vuota a Pechino

La maggioranza dei cinesi ignora chi sia Liu Xiaobo. Chi lo conosce, lo sa per bocca dei poco lusinghieri pareri del governo cinese. Chi lo sostiene, non ha modo di dimostrarlo. La sedia vuota del premio Nobel 2010 ieri ha fatto il giro del mondo, ma al confine con la Cina è tornata al mittente.

A Pechino ieri sera, di sedie vuote ce n’erano poche. La capitale ha chiuso il suo strambo 10 dicembre tra ristoranti pieni, portate di ogni tipo, spettacoli di maschere in alcuni casi. Insomma, la consueta vita notturna del venerdì sera e un vento che tagliava le mani. Chi avesse voluto vederla, quella sedia vuota, ad Oslo, avrebbe dovuto avere fortuna o molta insistenza. Tutti i siti che trasmettevano lo streaming on line della cerimonia erano bloccati, i proxy, scappatoie per arginare la censura cinese, funzionavano a singhiozzo, la rete semi bloccata richiedeva continui riavvii perché potesse funzionare. La sedia vuota ha fatto breccia solo nei cuori e nelle menti di quelli che su Twitter hanno deciso di usare quell’immagine per sfuggire al controllo censorio sulle parole ritenute sensibili. Così sul microblog, sedia vuota, kongyizi in cinese, è diventato un codice per riconoscersi, per capire che non si poteva urlarlo, ma lo si stava pensando in una marcia virtuale, l’unica consentita. Anche questo nuovo trucco dei netizen cinesi, dopo poco, è stato bloccato. Clima ovattato a Pechino, reso leggermente diverso, ma solo per chi era a conoscenza dei fatti, da qualche poliziotto in più per strada, dall’ambasciata norvegese presidiata da uomini e auto, dai controlli più severi nelle borse in metropolitana. Una giornata in cui le sedie le dovevano aver fatte volare dalla rabbia quelli dell’Ufficio Propaganda – o ministero della verità, come viene chiamato ironicamente- perché la mattinata cinese offriva alcuni articoli sui media ufficiali dai toni minacciosi, sopra le righe, anche rispetto al consueto fastidio cinese verso tutto quanto viene visto come ingerenza negli affari interni. Toni da propaganda dei tempi che furono, accuse a Oslo, all’Occidente – «stanno cercando di ingannare il popolo» – e naturalmente a Liu Xiaobo: un esperto penale cinese all’agenzia governativa Xinhua ha dichiarato che se la Cina seguisse l’esempio del dissidente, andrebbe solo incontro a guerre. Sul Global Times, quotidiano cinese in lingua inglese, solitamente dai toni moderati, si leggeva: «Oggi a Oslo va in scena una farsa intitolata, processo alla Cina. Ma un altro processo nascerà immediatamente dopo: quello della storia contro il premio Nobel. La Cina oggi – concludeva l’articolo in questione – è qualcosa di incomprensibile agli occhi degli occidentali: è dura spiegare a queste persone di quale tragedia mai si tratti». Nella giornata alcuni degli articoli più caldi sono scomparsi, forse ritenuti eccessivi perfino dai controllori dei controllori. Per il resto silenzio totale, niente è trapelato, mentre sarebbero almeno un centinaio le persone fermate tra l’8 ottobre, giorno della nomina di Liu Xiaobo a vincitore del Nobel, e ieri: chi ai domiciliari, chi sottoposto a un fermo, chi controllato giorno e notte, chi impossibilitato a muoversi e uscire dal paese. Non solo la moglie di Liu, Liu Xia, ma anche famigliari, avvocati e altre persone considerate a rischio da Pechino. Una stretta, come quella sul web, di cui si potrà trarre un bilancio solo a posteriori, capendo se la morsa sarà allentata o meno. Ad ora, a due mesi dal Nobel, si può sostenere che per gli attivisti e i dissidenti cinesi, l’aria si è fatta ancora più pesante. Nel mondo diplomatico le cose potrebbero sistemarsi. Per gli altri forse non basterebbe una sedia vuota al giorno.

Simone Pieranni

Fonte: Il Manifesto, 11 dicembre 2010

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.