Nestlè denunciata per aver sostenuto forme di schiavismo nel sud est asiatico. Non sarebbe il caso che anche i consumatori italiani vengano avvertiti?

Il potentissimo gruppo svizzero Nestlè, che in Italia controlla gran parte dell’industria agroalimentare e delle acque minerali, è stata accusata ufficialmente e formalmente di aver sostenuto forme di moderno schiavismo nel sud est asiatico. Le vittime? Tailandesi, cambogiani, birmani, cinesi, spesso giovanissimi e bambini. Venduti ai capitani dei pescherecci, vengono impiegati come schiavi nel mar della Cina e sui grandi fiumi navigabili e pescosi. La foto che qui riproduciamo ha per titolo “Burmese slaves rescued from Thai fishing boat”, pubblicata sul sito The Irrawaddy.

La denuncia è stata formalmente presentata dallo studio legale americano Hagens Berman presso il Tribunale federale della California. Secondo quanto scrivono gli avvocati per i diritti umani, la società tailandese Union Frozen Products PCL fornisce alla Nestlè più di 12.000 tonnellate di alimenti a base di frutti di mare, per essere commercializzate nei diversi marchi del colosso svizzero. Ora però questi alimenti vengono prodotti sfruttando non solo il lavoro minorile, ma imponendo condizioni di vero e proprio schiavismo. Nella denuncia si scrive che la Nestlè è consapevole delle condizioni di schiavitù e di lavoro minorile, vietato in tutto il mondo, nonché del traffico di esseri umani e della violazione dei diritti umani. Tuttavia, per ragioni di competitività sui mercati, ovvero per poter tenere bassi i prezzi degli alimenti per gatti, ad esempio, non solo ha omesso di denunciare alle autorità tailandesi, cambogiane, birmane e cinesi ciò di cui sapeva, ma non ha mai pensato di rescindere quel contratto con quel fornitore. Per tenere basso il prezzo degli alimenti per i gatti, e degli animali domestici, e vincere la competizione internazionale, insomma – questo il senso delle accuse degli avvocati per i diritti umani – la Nestlè non si è fatta alcuno scrupolo dinanzi alla schiavitù e allo sfruttamento del lavoro minorile.

Uno degli avvocati, molto indignato, dice alle agenzie di stampa internazionali: “Nascondendolo al pubblico, la Nestlè ha di fatto condotto milioni di consumatori a sostenere e incoraggiare la schiavitù sui pescherecci. Uno scandalo cui occorre mettere fine”. I bambini e gli adulti schiavi lavorano venti ore al giorno sui pescherecci della flottiglia tailandese, sotto la minaccia costante di violenze e di morte, e con la promessa di un salario che per molti non arriverà mai. Per queste ragioni, lo studio legale californiano invita tutti i consumatori a unirsi nella denuncia internazionale di complicità della Nestlè in questa barbarie spesso dimenticata dai media.

Interpellata dal quotidiano francese Le Figaro la Nestlè si difende come può: “imponiamo ai nostri fornitori il rispetto dei diritti umani e delle leggi sulle condizioni di lavoro”. Non solo, la Nestlè afferma anche di essere impegnata a “lavorare con le autorità locali per combattere il problema”. Dunque, la Nestlè ne è del tutto consapevole, se dice di voler combattere il fenomeno, ma ovviamente le leggi del mercato internazionale e del profitto appaiono più forti dell’affermazione dei diritti dell’uomo, se le forme di schiavitù sono ancora presenti e diffuse. La replica dello studio legale californiano per i diritti umani non si è fatta attendere. Cynthia Picart, una dei legali, afferma con durezza: “se la responsabilità diretta appartiene al fornitore, nonostante la carta etica della Nestlè che la impegna a non siglare contratti con questo tipo di aziende, compete però alla Nestlè il controllo della catena dei fornitori sul rispetto della sua stessa carta etica e in generale dei diritti dell’uomo. Dal momento in cui si ha notizia di una violazione dei diritti dell’uomo, l’impresa multinazionale si assume a livello internazionale una parte delle responsabilità dirette”.

La Tailandia è nota in tutto il mondo per il lavoro forzato che impone soprattutto nel settore strategico della pesca. I pescherecci impiegano, non a caso, soprattutto clandestini. Nel 2013, l’Organizzazione internazionale del lavoro aveva già denunciato i “gravissimi abusi” sui pescherecci in Tailandia. Una cinquantina di clandestini del Bangladesh erano stati ritrovati abbandonati su un’isola del sul del paese, senza acqua né cibo, e in condizioni disumane. La questione divenne apertamente pubblica, a tal punto che la Carrefour, ad esempio, altro colosso della grande distribuzione internazionale, aveva sospeso tutti i contratti con i fornitori accusati di praticare lo schiavismo. E come non ricordare l’eccidio di Rana Plaza, a Dacca, capitale del Bangladesh, nel 2013, dove crollò un edificio di otto piani, seppellendo 1200 persone, in gran parte lavoratrici schiave del settore tessile (per grandi marche multinazionali)?

Per tornare alla Nestlè, accusata e denunciata dai movimenti per i diritti dell’uomo e dai legali californiani, non sarebbe il caso, per i grandi media italiani, e ad esempio per la Rai, servizio pubblico radiotelevisivo, che accettano milioni di euro in pubblicità dal colosso svizzero, di scrivere: “il cibo per il vostro micio viene prodotto da questa azienda che fa profitti grazie al lavoro minorile e alla schiavitù”. Irriverente? No, questione di civiltà.

Jobsnews.it,29/08/2015

English version,Poisonedpets.com: Nestle Purina accused of using fish tied to slave labor in cat food

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