Nelle campagne cinesi si vive peggio che ai tempi di Mao

Mentre nelle città costiere della Cina la popolazione ha beneficiato delle riforme economiche degli ultimi 30 anni, nella maggior parte delle zone rurali del Paese i contadini continuano a vivere nella povertà più estrema. Colpa del Grande balzo in avanti, l’utopia lanciata da Mao Zedong fra il 1958 e il 1961, e della corruzione della classe dirigente attuale. È il risultato di un viaggio compiuto dal professor Zhou Xun nei luoghi del Grande balzo in avanti. Il docente, assistente di Storia contemporanea all’Università di Hong Kong, ha pubblicato oggi il suo report sul South China Morning Post. Nel 1958, il regime ha costretto la popolazione rurale della Cina a sacrificare case e averi per costruire le comuni socialiste. La follia del progetto di rendere ogni cinese responsabile dell’industrializzazione del Paese ha portato a una carestia che ha ucciso dai 35 ai 50 milioni di abitanti. Il fatto è che ancora oggi molti dei sopravvissuti alla grande carestia sono tuttora senza casa, assistenza sanitaria e a volte senza cibo. Anche se è difficile da credere, visti i grandi successi economici del Paese, moltissimi abitanti cinesi soffrono ancora oggi di malnutrizione cronica. La contea di Luliang, nella provincia dello Yunnan, occupa un posto speciale nella storia della carestia provocata dal Grande balzo in avanti. Nell’agosto del 1958, infatti, le autorità costrinsero i contadini della zona a lavorare con turni massacranti al raccolto del grano per sostenere l’alimentazione cittadina: a causa dei vapori e delle polveri provocati dall’incessante macinatura del cereale, 169mila persone si ammalarono di edema polmonare: i morti furono 24mila. In tutto il Paese sono state decine di milioni le vittime del programma. Oggi la maggior parte degli abitanti della contea vive ancora in povertà. Il governo definisce quest’area “il granaio prospero dello Yunnan”, ma gli abitanti non sono d’accordo: “Non abbiamo visto alcun cambiamento nel tempo, sono tutte bugie. I funzionari si prendono la gloria del nostro lavoro e soprattutto si mettono i ricavi in tasca, ma noi non otteniamo nulla. Le cose non sono molto cambiate”. Non si tratta di un fenomeno collegato solo a questa provincia. In realtà, la loro situazione è simile a quella degli 800 milioni di contadini in tutta la Cina. Secondo i dati della Fao, fra un lavoratore urbano e uno rurale il rapporto sulla differenza di guadagno mensile è di 1 a 10. Inoltre, questo guadagno rischia di essere ancora minore dato che i contadini non hanno il permesso di vendere la propria produzione in un mercato libero, ma devono consegnarne una parte allo Stato, che la compra a prezzi “calmierati”. Va poi sottolineato il problema della proprietà della terra. Anche se Deng Xiaoping ha aperto il Paese all’economia di tipo capitalista, il regime comunista non ha mai permesso che i contadini divenissero proprietari dei terreni che lavorano: essi vengono oggi affittati a delle piccole unità lavorative, che possono comprarli solo dopo 10 anni. Tuttavia, secondo i dati dello stesso governo cinese, per problemi di spartizione oltre 70 milioni di contadini non hanno terra e devono lavorare come braccianti per i vicini. A questo va aggiunto che le terre rurali vengono vendute dai funzionari comunisti alle industrie – private o statali – che vogliono aprire nuove fabbriche: i contadini non vengono risarciti per il furto delle loro terre e molto spesso vengono cacciati con la forza dalle abitazioni che hanno costruito nel tempo, che vengono demolite appena partono i nuovi lavori. Inoltre, non esiste una politica ambientale: per questo, una fabbrica aperta può scaricare i propri rifiuti (anche tossici) nelle acque e nei terreni che vengono usati per la coltivazione alimentare. Infine, data la delocalizzazione dei servizi pubblici, l’istruzione e l’assistenza sanitaria per gli abitanti rurali è molto spesso un sogno. Invece di costruire scuole e ospedali nei pressi dei centri agricoli, il governo ha spostato tutto nelle città che, date le grandi distanze del Paese, sono spesso irraggiungibili dai contadini. Lo scorso anno si sono verificati in Cina circa 87mila scontri fra la popolazione e le autorità. Di questi, secondo i dati del World Refugee Service, circa 55mila sono avvenuti nelle aree contadine del Paese.

Fonte: Asia News, 24 settembre 2012

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