Nella casa del piccolo Buddha

Se il Dalai Lama facesse ritorno nel villaggio dove è nato il 6 luglio 1935, quinto giorno del quinto mese dell’ Anno lunare del Cinghiale, non si accorgerebbe di essere, dopo 52 anni di esilio, finalmente a casa. Taktser, che i cartelli stradali cinesi chiamano Hong’ Ai, è stato raso al suolo. I funzionari della contea di Ping’ An, nel cuore dell’ Amdo tibetano, che l’ etnia “han” indica nella regione del Qinghai, hanno ricostruito le 54 case del paese in sedici mesi. Un’ impresa, a 2.700 metri di quota, sull’ altopiano ghiacciato dell’ Himalaya. Per ordine di Pechino, ogni famiglia ha dovuto abbattere la propria dimora antica, fatta di pietre, fango e legno. Ognuno ha ricevuto l’ equivalente di duemila euro, il reddito di vent’ anni per chi possiede un ettaro e mezzo di terra a orzo e una decina di yak, per edificare una struttura moderna. I compaesani del Dalai Lama trascorrono ora stupiti il primo inverno dentro villette tutte uguali, fatte di mattoni, dipinte di bianco e di rosa. (segue dalla copertina) Taktser è la copia di una periferia americana incollata tra sabbiosi dirupi tibetani e i clan del popolo khampa salgono in mulo da Tongren, Sining e Shihuiyao a dare un’ occhiata come se fosse un sogno prossimo a svanire. Loro continuano a vivere nelle baraccopoli affumicatee pericolanti che distinguono le povere valli montuose della Cina occidentale. Qui invece, al termine di sei chilometri di salita tra pascoli e foreste bruciati da un inverno senza neve, la mulattiera bianca finisce e si inizia a camminare su un asfalto nero e soffice. Il governo cinese, per cancellare e rifondare la culla del suo primo nemico, non ha badato a spese. Con trecentomila euro, che nel Tibet storico conservano un valore, ha ridisegnato le strade, scavato le fognature, portato l’ acqua e collegato l’ elettricità. Manca solo internet, ma il capo in persona del partito comunista di Shihuiyao ha regalato a tutti la porta, il cancello e il recinto delle proprietà. I trecento contadini dispongono addirittura di un water di famiglia nel cortile, con acqua corrente e vista straordinaria sul monastero di Kharma Rolpai Dorje, sotto la vetta di ghiaccio dell’ Ami-Chiri. I vecchi continuano però ad accovacciarsi altrove, pensano che il wc in porcellana rappresenti un trono e ci passano ore soddisfatte, imbottiti di pelli e di lana, ad ascoltare la radio, o recitando le preghiere. Anche la casa natale del Dalai Lama è stata rifatta dal governo cinese. La ristrutturazione si è appena conclusa e l’ ex scuola, trasformata in fattoria dal nonno di Sua Santità, ha riaperto come museo. Di originale ha conservato la fascia esterna del tetto, in tegole di ceramica turchese, il pollaio e il palo piantato al centro della corte quadrata, dove sventolano i drappi votivi. I vicini assicurano che anche il portone di noce, pur appena piallato, è quello di sempre. Il restoè una scarna esposizione di vecchie fotografie di famiglia, organizzata sull’ unico piano fronte strada e sorvegliata da una pagoda cinese eretta poco lontano. La stanza dove è nato Lhamo Dhondrub, al quale nel 1940 fu assegnato il nome iniziatico di Tenzin Gyatso, è spoglia, pulita e impregnata dell’ odore chimico della tintura fresca. Un “chorten” dorato affianca il letto, che potrebbe essere appena uscito dall’ Ikea, e introduce alla cappella occupata dal Trono del Leone. L’ atmosfera non è mistica e pare dettata dall’ aspirazionea un turismo residuale. Gongpo Tashi, 64 anni, nipote del Dalai Lama e assunto dallo Stato come custode, quando avvista un visitatore fa partire le invocazioni registrate dei lama dell’ ordine Gelugpa, fornite dal monastero di Kumbum. Un bambino del paese, travestito da monaco, è incaricato di muovere i “katag”, le sciarpe bianche delle cerimonie di benvenuto. È un’ imitazione di casa natale, se pure edificata sul luogo dell’ autentica abbattuta nel 2008, ideata per storicizzare uno scontro che Pechino pretende così di presentare come concluso. L’ irriconoscibile Taktser tibetano, ridotto nel cinesizzato Hong’ Ai hollywoodiano, è una rappresentazione politica allestita per raccontare una vicenda che si interrompe nel 1939. Villaggio e casa-museo, gli ex contadini pagati dalla propaganda per mettere in scena la recita del nuovo Tibet ammaliato dalla modernizzazione cinese, narrano la vita del Dalai Lama fino all’ età di quattro anni. Dal giorno della sua partenza verso Lhasa, il 13 luglio dell’ Anno lunare tibetano della Lepre di Terra, è come se la storia fosse finita. Un’ immagine seppiata ritrae la guida spirituale dei buddhisti nel 1955, davanti alla sua vecchia casa, senza chiarire che vi sostò poche ore per la prima e ultima volta lungo il ritorno dal fallimentare incontro con Mao Zedong a Pechino. Non una parola, né viva né morta, sull’ assalto dell’ esercito cinese al Potala, sulla fuga del XIV Dalai Lama da Lasha il 17 marzo 1959, sulla creazione del governo in esilio a Dharamsala mezzo secolo fa, nel Nord dell’ India. Tenzin Gyatso, che qui chiamano “il piccolo Dhondrub”, non ha mai lottato per l’ indipendenza prima e l’ autonomia poi del Paese delle Nevi, non ha mai ricevuto il premio Nobel per la pace, né è divenuto il simbolo del dissenso contro l’ autoritarismo della Cina. Taktser è stata rasa al suolo e ricostruita per cancellare, imbalsamandola, una storia che il resto del mondo conosce: e per mostrare, ai popoli in miseria degli altipiani tibetani, come può improvvisamente diventare agiata la vita riconoscendo la superiore autorità di Pechino. In presenza del funzionario del partito inviato da Xining per sorvegliare i forestieri, Gongpo Tashi ripete la frase imparataa memoria: «Da tempo non sento mio zio, ma vorrei dirgli che quia casa ci sono stati grandie meravigliosi cambiamenti». Il tono è così inespressivo che nemmeno la guida cinese osa mostrare orgoglio e tale Dong Jie, capo dell’ Ufficio Affari Civili della contea, invita ad ascoltare «la leggenda della reincarnazione del Buddha della Misericordia». Per due ore, sotto il sole che si infila tra i ginepri secolari e in una maestosa solitudine montana che tocca i 4.500 metri, il nipote del Dalai Lama è costretto a ricordare la versione ufficiale del concepimento, della nascita e del riconoscimento dell’ origine divina dello zio. «Siamo del popolo Phempo – dice – figli di pastori a cavallo del Tibet centrale. La madre di Lhamo Dhondrub mise al mondo sedici figli, il padre guarì prodigiosamente il giorno in cui Tenzin Gyatso nacque. Mio zio ha lasciato questa casa a due anni e per altri due, nel monastero di Kumbum, ha atteso di essere riscattato assiemea suo fratello, Losang Samten. Settantuno anni fa tutta la famiglia è partita con lui per Lhasa. Una carovana di cinquanta persone e centodieci yak: impiegò tre mesi e tredici giorni per raggiungere Norbulingka, la residenza estiva del Dalai Lama. Thupten Gyatso, tredicesima reincarnazione, era già morto da sei anni, sotto la luna dell’ Uccello d’ Acqua». È una storia “armonizzata” dal governo, che Gongpo Tashi dice di aver appreso dai genitori. Ruota attorno al pagamento di quattrocento monete d’ argento, un abito e 108 testi sacri al governatore cinese di allora e termina prima della sua stessa nascita. Solo quando il funzionario si assenta per pochi istanti, dice: «Aspettiamo tutti il ritorno dell’ Oceano di Saggezza. Ogni problema sarebbe risolto. Cerchi di parlare con un monaco di Kumbum». Amdo e Qinghai non sono militarizzati come la regione attualmente chiamata Tibet. L’ esercito cinese ha da poco inaugurato una caserma a Tongren e quando a Lhasa tira brutta aria i soldati occupano i monasteri dei “berretti gialli” che dalle vallate di Youning-Si scendono fino alla pianura attraversata dal fiume Giallo. La repressione politica e religiosa però è meno violenta. Nelle case è possibile vedere piccoli altari con l’ immagine del Dalai Lama, o statuette con i Tre Gioielli, Buddha, Dharma e Sanga, che in tutto il resto del Paese valgono l’ arresto. Sui tetti delle antiche case tibetane, con gli anneriti legni massicci intagliati, sventolano rare bandiere rosse con le cinque stelle gialle, mentre tutti espongono i ritagli di stoffa arcobaleno della tradizione lamaista. La cinesizzazione del luogo d’ origine del Dalai Lama si risolve invece nella museificazione del buddhismo, presentato come la fusione sorpassata tra una superstizione animista e l’ egemonia di un potere medioevale. Xing Fuhua, sindaco di Taktser, spiega che si sono costruite anonime ville di mattoni perché «non si trovano più artigiani capaci di realizzare le abitazioni tibetane». La rappresentazione della vita di Tenzin Gyatso arriva fino al 1939 perché «il resto è ancora da scrivere». I monaci di Kumbum sono passati da 7 mila e 94 perché «gli altri hanno deciso di andare in luoghi con più comodità». Tra la gente, nei villaggi in miseria dove si consuma zuppa d’ orzo, tè e burro, l’ amore e la nostalgia del Dalai Lama restano però commoventi. «Pechino può restaurare tutti gli edifici che vuole – dice Johkang Thupten a Nangdoi – ma, fino a quando non ci restituisce la libertà, l’ impatto sarà zero». La popolazione sogna il ritorno a casa del Dalai Lama «anche con un passaporto cinese» e desidera che «Sua Santità possa invecchiare e morire nel villaggio dove è nato, o nel monastero dove è stato istruito alla vita monastica». «Se davvero entro il prossimo maggio si ritira dalla scena pubblica come ha annunciato – dice il lama Lobsang nel monastero di Rongwo Gonchen Gompa, sopra Tongren – potrebbe dedicarsi alla meditazione nella cella dove ha iniziato a pregare a due anni. Per i rapporti tra Cina e Tibet, senza la necessità di una parola, sarebbe una rivoluzione». A Taktser e nell’ Amdo la paura suggerisce di declinare l’ invito a ragionare sui meccanismi politici e spirituali della successione a un Dalai Lama vivente, ma tutti aspettano il ritorno del vecchio che videro andarsene da bambino, appena divenuto dio, e sperano che l’ uomo che continua a regalare loro la speranza dell’ orgoglio possa un giorno riposare nella pace del Potala. Solo allora i tibetani potranno rientrare nel mistero che li protegge e riprendere a cercare l’ essere in cui si sarà reincarnato il XIV Dalai Lama. I suoi compaesani lo dicono con un lampo negli occhi. E si capisce che la ristrutturazione cinese della sua casa natale è una bugia a cui nessuno crede.

Giampaolo Visetti

Fonte: La Repubblica, 2 febbraio 2011

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