Nel Guizhou una mensa aumenta i prezzi, gli studenti la devastano

Oltre mille studenti di una scuola secondaria a Liupanshui (Guizhou) devastano la mensa per proteste contro i forti aumenti di prezzo. Contro la rapida inflazione, Pechino promette interventi decisi entro poche settimane, per timore che esplodano proteste di piazza. La sera del 22  novembre gli studenti, andati a mensa dopo una giornata di studi, hanno trovato aumenti anche di quasi il 50%, con una bottiglia di acqua minerale passata da 70 fen a un yuan, le pietanze aumentate di 50 fen ciascuna e maggiori prezzi anche per pane e riso. Troppo, per chi mangia a mensa ogni giorno. C’è stata una discussione ed è esplosa la protesta, gli studenti hanno spaccato vetri, stoviglie e mobilia. Yuan Guozhong, portavoce del governo municipale, giustifica gli aumenti dovuti agli alti prezzi degli alimenti, ma anche gli studenti, “alcuni dei quali hanno famiglie con bassi redditi e hanno difficoltà per gli aumenti di prezzo”. “Ora ci siamo organizzati con una ditta per fornire cibo a minor prezzo e [per condurre] la mensa”. C’è stato anche un incontro tra municipio e studenti, per aiutarli tramite forniture alla mensa di verdure e carne di maiale a basso prezzo. La mensa, gestita da una società privata, ha già aumentato i prezzi all’inizio dell’anno scolastico, ma ha ora effettuato un altro aumento, spiegando che le verdure sono ancora aumentate di oltre un terzo. L’episodio mostra l’elevato rischio di proteste, a fronte dei continui rapidi aumenti del costo degli alimenti. La verdura e la carne di maiale sono alimenti essenziali per la mensa cinese. Il Consiglio di Stato la settimana scorsa ha preso iniziative per abbassare i costi di produzione dei coltivatori e vendere grano e olio da cucina a prezzi politici, come pure ha promesso di fissare prezzi limite, “se necessario”. Ma esperti osservano che questo potrebbe causare una diminuzione della produzione e delle forniture, se contadini e allevatori fossero costretti a vendere sotto costo. Ora si attende la Conferenza economica centrale che si svolge ogni anno a inizio dicembre a Pechino per decidere la politica economica del Paese per il 2011, che dovrà confrontarsi con un’inflazione prevista ancora per mesi tra il 4 e il 5%. Gli economisti cinesi addebitano la forte inflazione all’eccessiva presenza di denaro circolante, per i prestiti bancari e i finanziamenti approvati dal governo negli anni passati per stimolare l’economia in crisi, ma anche alla politica monetaria degli Stati Uniti che continuano ad aumentare la liquidità monetaria per tenere alto il tenore di vita nazionale, ma causano così inflazione nei Paesi emergenti, anzitutto in Cina. Lu Zhengwei, economista capo della Industrial Bank, commenta che “ora stiamo giocando una partita del tutto differente con Usa, Europa e Giappone”. “La Cina… deve praticare una politica di effettivo rigore” e “le aziende tengano presente che non sono più possibili facili prestiti”. Questo – aggiunge Lu – richiederà decisi interventi contro corruzione e approvazioni irregolari di lavori pubblici e molte delle opere iniziate non potranno avere ulteriori finanziamenti. Finora la Cina ha fondato la crescita soprattutto sulla forte esportazione. Ora rischia di dover apprezzare lo yuan, per contrastare gli aumenti di prodotti e merci estere e tenere stabili i prezzi. Ma ha il problema di farlo senza deprimere la produzione, per non causare maggiore disoccupazione. Esperti accusano il governo di avere sottostimato l’attuale inflazione, preoccupandosi solo della crescita economica ma senza prevedere questi esiti. A ottobre la crescita economica è stata stimata del 9,6%, mentre i prezzi alimentari sono cresciuti del 10%, più dello sviluppo.

Fonte: Asia News, 26 novembre 2010

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