I vescovi birmani al governo: Serve un vero impegno per fermare i conflitti etnici

La Conferenza episcopale condanna le violenze interconfessionali e sottolinea la mancanza di “iniziativa politica” per la risoluzione del conflitto: “Le nostre differenze sono la vera ricchezza del Paese”. Arcivescovo di Yangon: fattore etnico all’origine degli scontri fra buddisti e musulmani, Thein Sein “non ha alcun controllo sull’esercito”.

Yangon – Mancanza di “iniziativa politica” per la fine dei conflitti etnici, condanna delle recenti “violenze interconfessionali” che hanno insanguinato il Paese e tutela della “diversità religiosa”, una “ricchezza per la nazione”. Sono questi i punti al centro di una lettera pubblicata dalla Conferenza dei vescovi birmani (Cbcm), e indirizzata ai leader e alla popolazione civile del Myanmar. Di questi temi ha parlato anche l’arcivescovo di Yangon mons. Charles Maung Bo, durante un incontro pubblico organizzato nei giorni scorsi da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) a Monaco di Baviera (Germania). Per il prelato il “fattore etnico” è all’origine degli scontri fra buddisti e musulmani, anche se la religione “ha contribuito ad alimentare le tensioni”.

Nella dichiarazione congiunta dei vescovi birmani, a firma del presidente mons. John Hsane Hgyi (vescovo di Pathein), si parla di “momento storico” per la nazione dopo anni di “lacrime silenziose”. La “speranza” è data dalla crescita di “spazio per la democrazia” e di un “Parlamento” dove si lavora e discute, assieme al rilascio di molti prigionieri politici e “all’allentamento delle restrizioni sui media”.

I vescovi richiamano poi l’impegno della Chiesa verso quanti “soffrono a livello fisico e psichico”, come insegna la dottrina sociale secondo gli insegnamenti forniti da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco. Tuttavia, restano ancora aperte molte sfide e persistono problemi irrisolti che minano alla base un possibile sviluppo futuro.

In primis la sfida educativa e il riconoscimento di “diritti e dignità per i gruppi indigeni”. Per i prelati birmani non si è ancora vista una chiara “volontà politica di mettere fine ai conflitti etnici”, in particolare quello Kachin. Segue la condanna “senza mezzi termini” delle recenti violenze etnico-religiose nello Stato di Rakhine, a Lashio e Meikhtila fra buddisti e musulmani. “Perché la diversità religiosa – aggiungono i vescovi – è un punto di forza per il nostro Paese” e il governo deve assicurare “protezione e rispetto dei diritti, in particolare delle minoranze”.

Sul tema delle riforme e del futuro del Myanmar è intervenuto anche l’arcivescovo di Yangon mons. Charles Bo, nel corso di una conferenza organizzata nel contesto di un viaggio in Europa. Il presidente Thein Sein, spiega il prelato, “sembra un uomo deciso” ma “è evidente che non ha alcun controllo sull’esercito”. Egli parla anche di discriminazioni nell’accesso alle cariche pubbliche o a posizioni di rilievo, per le quali è necessario essere “di religione buddista e di etnia Bamar”, maggioranza nel Paese. “Ciò significa – aggiunge – che oltre il 30% dei cittadini è escluso dalla vita politica”. In tema di minoranze, l’arcivescovo di Yangon conferma che “vivono in regioni estremamente ricche di materie prime, ma il benessere che ne deriva è a esclusivo vantaggio della maggioranza Bamar”.

AsiaNews, 21 Giugno 2013

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