Myanmar, centinaia di attivisti in carcere. A processo i promotori della protesta studentesca

Secondo un gruppo attivista sono 157 i prigionieri politici nelle carceri birmane; altri 453 attivisti sono in attesa di processo. Naypyidaw viola “i diritti dei propri cittadini, silenziando i critici e perseguitando le opposizioni”. Ieri in aula 70 giovani, protagonisti delle manifestazioni contro la riforma scolastica. Rischiano fino a 9 anni e mezzo di carcere

Yangon . Ancora oggi vi sono almeno “157 prigionieri politici incarcerati in Birmania (Myanmar)”, cui si sommano altri 453 attivisti “ad oggi in attesa di processo” per reati legati “all’attività politica”. Intanto il governo di Naypyidaw “continua a violare i diritti dei propri cittadini, silenziando i critici e perseguitando le opposizioni”, impedendo di fatto “l’esercizio dei diritti fondamentali di base”. È quanto riferiscono ad AsiaNews gli attivisti di Assistance Association for Political Prisoners (AAPP – Burma), fra i più importanti gruppi della dissidenza in Myanmar, che opera a favore dei detenuti politici. I dati sono riferiti al bilancio aggiornato a fine aprile dei prigionieri di coscienza birmani.

In un rapporto diffuso in questi giorni, i vertici di AAPP – Burma parlano di 62 attivisti politici incriminati e cinque sottoposti a provvedimento di fermo. Dietro gli arresti e le condanne la famigerata “Sezione 18” della Legge sulle assemblee e riunioni pacifiche, pretesto usato dalle autorità per fermare, arrestare e condannare quanti si battono per le libertà politiche, civili e i diritti umani nel Paese.

Ad aprile i giudici hanno condannato 16 cittadini per reati di opinione o politici, mentre sette detenuti di lungo corso sono stati rilasciati, la maggior parte dei quali per aver scontato i termini della pena. Vi è poi particolare attenzione, aggiungono ancora gli attivisti birmani, alle condizioni di salute di tre prigionieri politici: Than Swe, Wanna Soe e Aung Chan Min, che necessitano di cure mediche immediate.

Molti degli arresti registrati nelle scorse settimane sono legati alle proteste studentesche a Letpadan di marzo, represse con la forza dalla polizia birmana. Fatti che hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani internazionali e sollevato le proteste di molte cancellerie occidentali, facendo temere a lungo il ripetersi dei tragici fatti del settembre 2007, quando una protesta di monaci e giovani è stata repressa nel sangue dalle autorità.

E proprio in queste ore è iniziato il processo a carico dei 70 studenti (e attivisti) arrestati per le manifestazioni contro la riforma scolastica. La prima udienza si è tenuta ieri a Letpadan, nel distretto centrale di Bago, con accuse che variano da assemblea non autorizzata e rivolta. Se riconosciuti colpevoli, essi rischiano fino a nove anni e mezzo di prigione. La giornata si è chiusa con le dichiarazioni del capo della polizia; il procedimento è stato aggiornato al prossimo 26 maggio. Uno degli imputati, di soli 16 anni, è stato rilasciato su cauzione e la sua posizione stralciata dal processo.

Secondo quanto riferiscono gli attivisti di Aapp, le condizioni di alcuni degli studenti arrestati in seguito alle proteste sono “fonte di grande preoccupazione”. Durante l’arresto essi hanno riportato ferite profonde, che a distanza di settimane devono essere ancora medicate.

Ai giovani è stato impedito di parlare con gli avvocati e solo di rado essi hanno potuto ricevere le visite (in carcere) dei familiari. Intanto la Camera bassa del Parlamento birmano ha approvato un emendamento che introduce alcune modifiche alla controversa riforma dell’Istruzione. Tuttavia, il nuovo testo non contiene una serie di richieste avanzate dagli studenti e accolte in un primo momento dai vertici governativi, durante i negoziati che si sono svolti nel febbraio scorso.

Asia News,13/05/2015

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