Myanmar, Aung San Suu Kyi nega i crimini contro i Rohingya, Amnesty replica: “C’è ancora crisi dei diritti umani”

Le ricerche di Amnesty International hanno individuato 13 alti ufficiali dell’esercito di Myanmar, compreso il comandante in capo, il generale Min Aung Hlaing, responsabili di crimini contro i Rohingya.

A seguito delle dichiarazioni fatte oggi da Aung San Suu Kyi alla Corte internazionale di giustizia il direttore regionale per l’Asia di Amnesty International, Nicolas Bequelin, ha diffuso il seguente commento: “Aung San Suu Kyi ha cercato di minimizzare la gravità dei crimini commessi ai danni della popolazione Rohingya. Non li ha neanche menzionati, né ha riconosciuto la dimensione di quei crimini. Questo tentativo di negare è deliberato, ingannevole e pericoloso”. Le ricerche di Amnesty International hanno individuato 13 alti ufficiali dell’esercito di Myanmar, compreso il comandante in capo, il generale Min Aung Hlaing, su cui si dovrebbero aprire procedimenti giudiziari per i crimini commessi contro i Rohingya.

“Dichiarazioni che sfidano la logica”. “L’esodo di oltre 700.000 Rohingya che vivevano in Myanmar non è stato altro che l’effetto di una campagna orchestrata di uccisioni, stupri e terrore. Dire – come dice Aunh San Suu Kyi – che i soldati ‘non distinguevano chiaramente tra combattenti armati e popolazione civile’, sfida ogni logica. Così come è pura fantasia la tesi secondo la quale le autorità di Myanmar sono in grado di svolgere indagini immediate e indipendenti e sottoporre a processo i presunti autori di crimini di diritto internazionale, soprattutto per quanto riguarda gli alti ufficiali delle forze armate che godono da decenni di una totale impunità”.

I rischi dei 600 mila ancora in Myanmar. “Mentre oggi l’attenzione si concentra su Aung San Suu Kyi, ricordiamoci che in gioco c’è la giustizia per la comunità Rohingya, comprese le 600.000 persone che si trovano ancora in Myanmar, a rischio di subire ulteriori crimini e bisognose di urgente protezione. In gioco c’è anche la sorte delle centinaia di migliaia di rifugiati che non possono tornare nel loro paese. Nonostante quanto abbia detto oggi Aung San Suu Kyi, Myanmar non è affatto un luogo sicuro”. “La Corte internazionale di giustizia e la comunità internazionale devono agire sollecitamente per proteggere i Rohingya e impedire ulteriori atrocità, ad esempio ordinando al governo di Myanmar di abolire le limitazioni discriminatorie nei loro confronti, assicurare l’accesso agli aiuti umanitari e cooperare pienamente a ogni indagine internazionale”.

La denuncia presentata dal Gambia. Aung San Suu Kyi, consigliera di stato e capo di stato di fatto di Myanmar, guida la delegazione di Myanmar presente all’Aia per rispondere di fronte alla Corte internazionale di giustizia dell’accusa di aver violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948. La denuncia nei confronti del Myanmar è stata presentata l’11 novembre 2019 dal Gambia, che ha chiesto alla Corte, in attesa della sua pronuncia, di ordinare a Myanmar di adottare “misure provvisorie per proteggere i diritti del gruppo Rohingya e impedire ogni azione che possa equivalere o contribuire al reato di genocidio”.

Fonte: La Repubblica,11/12/2019

Articolo in inglese, The Guardian:

Myanmar’s Rohingya say ‘world will judge’ Suu Kyi’s denial of genocide 

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