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Myanmar: 200 mila profughi per guerre etniche. Chiesa chiede la pace

Più di 200 mila sono gli sfollati che abitano i campi profughi al confine tra lo stato Kachin e la Cina. La guerra che vede coinvolti esercito birmano e milizie ribelli prosegue da più di 60 anni. A nome della Chiesa cattolica birmana, il card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon ha lanciato un appello urgente per la pace e la riconciliazione per i kachin.

Oltre alla popolazione kachin altre 130 etnie stanno vivendo disagi e conflitti interni, tra loro anche i musulmani Rohingya. Al microfono di Valentina Onori, Cecilia Brighi,segretaria generale di Italia-Birmania.insieme, ha parlato della situazione politica ed economica che sottende alle divisioni etniche nel Paese, una democrazia di nuova costituzione che deve affrontare serie sfide tra cui la principale, la pace tra minoranze ed esercito birmano.

R. – In questi ultimi anni, cioè dopo il passo indietro della giunta militare, i conflitti interetnici non si sono ancora chiusi e, soprattutto, stanno emergendo anche dei conflitti interreligiosi, fra cui quello nei confronti dei musulmani Rohingya, alimentati molto da una parte dei militari che vedono restringere il loro potere e che in questo modo puntano a dire: “Noi siamo ancora indispensabili nel Paese”. Aung San Suu Kyi sta cercando di trovare una soluzione, per pacificare queste tensioni tra le varie religioni. In particolare, nello Stato Kachin c’è un conflitto armato che ancora non si risolve, che dura ormai da 60 anni e che ha portato centinaia di migliaia di persone a fuggire dai propri villaggi e andare nei campi profughi, dove le condizioni di vita non sono le più tranquille, perché vivono in grande povertà. Ci sono stati anche dei nubifragi anche nel 2015, che hanno alimentato ulteriormente le condizioni di difficile sopravvivenza dei profughi nei campi. Uno dei grossi problemi che hanno in questi Stati etnici è l’assenza di un riconoscimento della specificità etnica, ma soprattutto l’assenza di un federalismo che loro chiedono da molti anni perché negli Stati etnici ci sono soprattutto le grandi risorse naturali che hanno alimentato il benessere della giunta militare e nello Stato Kachin questo è un problema grossissimo.

D. – Il Myanmar è composto da 135 etnie, che da sempre hanno faticato a convivere in modo pacifico. Perché c’è questa situazione frammentata?

R. – Perché appunto le etnie sono 135, e sono quelle principali. Poi ci sono delle sotto etnie. Dal ’62 in poi c’è stata la via birmana al socialismo ed è cominciata la dittatura, promossa dal generale Ne Win, il quale non amava per niente le minoranze etniche e aveva dichiarato che se, nel tempo, si fossero voluti vedere i Karen bisognava andare in un museo, e che aveva attuato una politica di discriminazione, di violenze e di emarginazione delle minoranze etniche. Adesso, dopo tanti anni, è difficile ricostruire un dialogo, perché nessuno crede all’altro. Il nuovo governo ha nominato il ministro per gli Affari religiosi, che dovrà discutere anche di queste cose.

D. – Il cardinale Bo ha fatto appello all’unità nella diversità etnica…

R. – La Birmania è un Paese dalle mille contraddizioni, perché è stato volutamente tenuto in una situazione di conflitto e di divisione. Questo ha permesso, infatti, alla dittatura di sfruttare le grandi risorse naturali del Paese, senza che nessuno potesse contestare il fatto che poi in realtà le popolazioni locali fossero rimaste poverissime. Quella della pace è la sfida madre. Si potrà intervenire meglio per affrontare il tema della povertà e dell’esclusione sociale, anche attraverso il contributo degli investimenti esteri, che non siano di rapina, ma che siano responsabili e che permettano al Paese di creare delle scuole, di avere una formazione professionale adeguata e di avere dei lavoratori qualificati. Il popolo birmano vuole la pace e si dovrà necessariamente arrivare a questo per il bene di tutti e anche per il bene di quella minoranza politica e dell’esercito, che fino adesso ha remato contro. Spesso i militari nelle istituzioni hanno votato per il cambiamento, quindi ci sono grandi aspettative, e la pace rappresenterà la chiave di volta per la crescita economica e sociale del Paese.

Radio Vaticana,16/06/2016

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