Moriamo affinchè il nostro popolo possa vivere

Mercoledì 10 marzo è stato il cinquantunesimo anniversario della rivolta di Lhasa. Il 10 marzo 1959 il risentimento dei tibetani, dal 1950 sotto il giogo comunista cinese, sfociò in un’aperta rivolta popolare. L’esercito di Pechino stroncò la rivolta nel sangue: 87.000 civili tibetani furono uccisi e decine di migliaia furono incarcerati. Il Dalai Lama fu costretto ad esiliare in India. Nel marzo 2008 i tibetani, esasperati dai continui soprusi, insorsero con una serie di manifestazioni spontanee a Lhasa e in tutto il Tibet. I cinesi risposero con la stessa brutalità: i morti furono centinaia e, a tutt’oggi, non abbiamo notizie di almeno 1000 arrestati. La repressione continua. In Tibet vi sono almeno 24 campi laogai dove i Tibetani vengono costretti al lavoro forzato, e, talvolta uccisi. Tutto il paese è nella morsa di una legge marziale di fatto. Le strade sono piene di poliziotti e forze speciali dell’esercito. Temendo nuove proteste in concomitanza con il duplice anniversario, le autorità hanno dato vita ad una campagna di repressione arrestando almeno 435 tibetani la settimana scorsa. Le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e numerosi Governi si sono già espressi a favore della causa del Tibet numerose volte. Nonostante ciò le autorità e i grandi media alimentano ammirazione per la Cina dove il regime ancora miete vittime. Ad ottobre del 2009 il giovane Lobsabg Gyaltsen è stato condannato a morte insieme ad altri tre amici. A dicembre il monaco Phurbu Tsering ha ricevuto una condanna a 8 anni. A gennaio, il regista tibetano, Dhondup Wangchen, è stato condannato a sei anni. Perchè il Tibet non può essere libero? A metà degli anni ‘80 del secolo scorso nessuno avrebbe immaginato la fine del gigante sovietico. Nonostante cinquant’anni di oppressione comunista, di persecuzioni, con centinaia di migliaia di lituani spariti nell’inferno dei gulag e nonostante il tradimento dell’occidente, la Lituania vive oggi in libertà, parla la propria lingua e sventola le proprie bandiere. Ho conosciuto molti esuli tibetani e ascoltando le storie dei loro martiri, ho ricordato una scritta che lessi sui blocchi di cemento che difendevano il parlamento lituano dai carri sovietici, nell’ agosto del 1991. Vi era scritto “Zusim Kad Gyventume” ossia “noi muoriamo affinchè il nostro popolo possa vivere”. Questo è lo stesso messaggio dei martiri tibetani di oggi che dovrebbe risvegliare la nostra coscienza, un interlocutore al quale non si può facilmente sfuggire .

Toni Brandi, 12 marzo 2010

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