Monaco tibetano muore dopo mesi di torture

Un monaco tibetano è morto in una prigione del Tibet orientale dopo mesi di torture da parte della polizia cinese. Lo rivelano fonti di Free Tibet, organizzazione per i diritti dei tibetani. Tsering Gyaltsen, 40 anni, del monastero di Drango (prefettura autonoma di Kandze), era stato catturato dalla polizia lo scorso 9 febbraio durante una protesta contro l’occupazione cinese. Egli aveva partecipato alla grande manifestazione organizzata il 23 gennaio dai monaci di Drango, dispersa nel sangue dalla polizia cinese e costata due morti, 34 feriti e oltre 100 arresti. Alla fine i maggio, un ufficiale di polizia si è recato dalle autorità del monastero per informarli della morte del monaco, ma si è rifiutato di consegnare il corpo, evidentemente per evitare di mostrare i segni delle torture. Ieri la famiglia del religioso ha celebrato delle esequie simboliche con la comunità di Drango. Stephanie Brigden, direttrice di Free Tibet, afferma che “dopo le proteste di questi mesi, l’organizzazione ha registrato centinaia di arresti e scomparse”. “Nelle carceri cinesi – continua – i tibetani subiscono ogni tipo di sopruso. La tortura è ormai una prassi per ottenere informazioni. Dopo la morte di Tsering Gyaltsen temiamo per la vita delle centinaia di monaci e attivisti scomparsi o ancora nelle mani della polizia”. Nonostante, le numerose proteste e i continui appelli di organizzazioni e Paesi stranieri, la polizia cinese continua ad arrestare e a sequestrare chiunque manifesti dissenso. In questi mesi, Pechino ha aumentato la sua stretta conto il popolo tibetano, che secondo gli esperti sta subendo una vera e propria colonizzazione. Le restrizioni cinesi comprendono il divieto di insegnare la lingua e la religione tibetana; l’imposizione di politiche di sviluppo inappropriate, tutte a favore dell’etnia han e attacchi continuati e di diverso tipo all’elite culturale e intellettuale del Tibet. Negli ultimi mesi decine di giovani tibetani, monaci e laici, hanno scelto l’autoimmolazione come gesto estremo di protesta contro il governo cinese. Dall’inizio del 2012 sono 35 i tibetani che si sono auto-immolati per criticare la dittatura di Pechino e chiedere il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Per colpire ancora di più la comunità tibetana, lo scorso 24 maggio le autorità cinesi della Regione autonoma tibetana (Tar) hanno emesso una notifica, in cui proibiscono ai membri del partito comunista locale, ai dirigenti, ai funzionari amministrativi e persino agli studenti di partecipare ad attività religiose, fra cui la festa di Saga Dawa (il Vesak, in cui si celebra la nascita, l’illuminazione e l’abbandono della vita terrena del Buddha).

Fonte: Asia News, 2 giugno 2012

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