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Monaci continuano a darsi fuoco ma Cina minimizza

Il Tibet brucia, e non solo per le autoimmolazioni dei monaci e dei civili che si danno fuoco per protestare contro la ”repressione” cinese.

Con quella di ieri del monaco Lobsang Gyatso, del monastero di Kirti situato ad Aba (Ngaba in tibetano), nella provincia sud occidentale del Sichuan, le autoimmolazioni hanno raggiunto quota 24, di cui ben sette in febbraio. Oltre ai gruppi di tibetani in esilio, anche la stampa cinese diffonde notizie che danno l’idea di un territorio in permanente stato di rivolta. Vaste aree delle zone tibetane delle province del Sichuan, Gansu e Qinghai, oltre che della Regione autonoma del Tibet, sono chiuse a tutti gli osservatori esterni dal 2008 e verificare le notizie in modo indipendente è impossibile.

Secondo il quotidiano governativo “Global Times”, ”violente proteste sono scoppiate in gennaio” nella contea di Luhuo, nella prefettura autonoma tibetana di Ganzi (Garze o Kardze in tibetano), sempre nel Sichuan. ”Gruppi di manifestanti, soprattutto secessionisti tibetani tra cui alcuni monaci, hanno lanciato slogan sull’indipendenza del Tibet, hanno sfasciato edifici del governo e hanno assaltato una stazione di polizia”, scrive il giornale.

Il “Global Times” aggiunge che ”il giorno seguente i contestatori hanno colpito Seda (Serthar in tibetano, nella stessa zona)” dove ”hanno lanciato bombe molotov e pietre, ferendo 14 funzionari di polizia”. ”Da allora, le aree a popolazione tibetana del Sichuan hanno conosciuto una serie di incidenti che, secondo le autorità locali, sono opera delle forze secessioniste tibetane”, prosegue il giornale. Il sito di esuli tibetani in India ‘Phayul’ sostiene dal canto suo che manifestazioni di protesta sono state ”represse violentemente” dalle forze di sicurezza cinesi in almeno altre due località del Sichuan, l’8 e l’11 febbraio scorsi.

Il premier cinese Wen Jiabao, rispondendo a una domanda in conferenza stampa a Pechino in occasione del vertice Cina-Unione Europea, ha sostenuto che a protestare ”in forme estreme” sono solo ”pochi monaci che non hanno il sostegno della popolazione”. Wen ha ricordato i massicci investimenti che sono stati fatti negli anni scorsi per ”migliorare le condizioni di vita della popolazione”. Che però, secondo fonti tibetane, vanno a beneficio soprattutto degli immigrati cinesi nella regione. Secondo le autorità di Pechino, tutto ciò che avviene in Tibet e’ frutto di ”complotti” della ”cricca del Dalai Lama”, il leader tibetano e premio Nobel per la Pace che dal 1959 vive in esilio ma che ha mantenuto una forte influenza sulla popolazione tibetana.

Il Dalai Lama afferma di chiedere per il Tibet quella che chiama ”una vera autonomia” e ha dichiarato più volte, negli ultimi 20 anni, di non ritenere praticabile l’opzione dell’indipendenza del territorio. Ma Pechino continua ad accusarlo di perseguire segretamente la secessione. Secondo il gruppo umanitario Campagna internazionale per il Tibet, le autoimmolazioni col fuoco sono state fino ad oggi 24 delle quali tre – che sarebbero avvenute il 3 febbraio a Ganzi e a Seda – non sono state confermate. La prima, quella di un giovane monaco chiamato Tapey, risale al febbraio del 2009, anche lui di Aba. Tutte le altre si sono verificate a partire dal marzo del 2011.

Fonte: Notizie Radicali, 15 febbraio 2012