Mistero sulla sorte di cinque monaci tibetani arrestati dalla polizia cinese

Sono ancora ignote le sorti di cinque giovani monaci tibetani, arrestati nei giorni scorsi durante una serie di raid della polizia cinese nel monastero di Gyalrong Tsodun, a Barkham, nella contea di Ngaba (provincia del Sichuan). Lobsang Sangay, 19 anni, Yarphel e Namsay, entrambi di 18, sono stati prelevati dalle forze di sicurezza il 12 agosto, mentre si trovavano all’interno delle loro celle nel monastero. Il loro stato di salute e il luogo in cui sono rinchiusi è al momento sconosciuto. Quattro giorni più tardi, il 16 agosto, gli agenti hanno fermato altri due monaci: il 20enne Thupwang Tenzin e il 22enne Asong, anch’essi prelevati all’interno del centro buddista. Fonti del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd) riferiscono che i monaci sono vittime di “arresti arbitrari”, perché sospettati di “coinvolgimento” nelle recenti auto-immolazioni che si sono verificate nei pressi del monastero a marzo e agosto 2012.  al momento non sono chiari i capi di imputazione e non si hanno particolari informazioni sulle loro condizioni e il luogo di detenzione. Le autorità cinesi negli ultimi giorni hanno rafforzato i dispositivi di sicurezza e sorveglianza attorno al monastero, al cui interno vivono circa 300 monaci e dove il 13 agosto scorso si sono dati fuoco due giovani per protesta contro Pechino. Reparti speciali dell’esercito e polizia presidiano l’area e vi sono restrizioni al movimento delle persone, religiosi compresi. Testimoni oculari confermano che la situazione è di forte “tensione ed emergenza”. Nonostante le numerose proteste e i continui appelli di organizzazioni e Paesi stranieri, la polizia cinese continua ad arrestare e a sequestrare chiunque manifesti dissenso. In questi mesi, Pechino ha aumentato la sua stretta conto il popolo tibetano, che secondo gli esperti sta subendo una vera e propria colonizzazione. Le restrizioni cinesi comprendono il divieto di insegnare la lingua e la religione tibetana; l’imposizione di politiche di sviluppo inappropriate, tutte a favore dell’etnia han e attacchi continuati e di diverso tipo all’élite culturale e intellettuale del Tibet. Per questo decine di giovani tibetani, monaci e laici, hanno scelto l’ autoimmolazione come gesto estremo di protesta. Dall’inizio del 2012 sono decine i tibetani che si sono dati fuoco per criticare la dittatura di Pechino e chiedere il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Il leader spirituale tibetano ha sempre sottolineato di “non incoraggiare” queste forme estreme di ribellione, ma ha elogiato “l’audacia” di quanti compiono l’estremo gesto, frutto del “genocidio culturale” che è in atto in Tibet. Pechino risponde attaccando il Dalai Lama, colpevole di sostenere “terroristi, criminali o malati mentali”.

Fonte: Asia News, 18 agosto 2012

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