MILANO-Niguarda: cinesi segregati come schiavi in fabbrica-dormitorio, confiscata la palazzina

Milano 27 Ottobre – I 36 posti letto distribuiti su tre livelli? Niente più che “loculi”. Le condizioni igieniche generali? “Definirle pessime pare limitante (muffe e sporcizia ovunque)”. Non è il giudizio di un cliente di un albergo che si sfoga della pessima location su un sito specializzato.

Le parole sono quelle del giudice monocratico Bruna Rizzardi e sono contenute nella motivazione di condanna per un’agente immobiliare, proprietaria di un intero stabile in via Ornato 140, aperta campagna in zona Niguarda. La signora è stata condannata a nove mesi di reclusione in primo grado per sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Ma il danno maggiore inferto – la pena è sospesa e può essere appellata – sta negli effetti collaterali.

Lo stabile, di proprietà dell’imputata, Marta M., 35 anni socia dell’agenzia immobiliare Cergiul, sono davvero pesanti. Il giudice, infatti, ha accolto la richiesta del pm Maria Letizia Mannella di confiscare l’intero stabile. Una volta definitiva la sentenza, sarà dello Stato.

La vicenda parte nel giugno del 2011, quando una pattuglia del Nucleo operativo della polizia locale fa un sopralluogo nello stabile. La titolare del contratto d’affitto è la cinese Su Fenglan. All’interno della palazzina, la cui destinazione d’uso è industriale, trovano un laboratorio cinese non autorizzato, ma soprattutto ben 36 ‘loculi’, in cui altrettante persone pernottavano regolarmente.

A verbale, come ricorda la sentenza, “i lavoratori riferivano di lavorare a cottimo per Su Fenglan, di percepire salari dai 200 agli 800 euro al mese, comprensivi di vitto e alloggio, lavorando circa 10 ore al giorno, sette giorni alla settimana. Molti riferivano di essere costretti a vivere e lavorare in tali condizioni essendo senza documenti”.

Per capire meglio le condizioni di vita basta scorrere il verbale degli agenti in cui si ricorda come negli 87 metri quadri del sottotetto fossero stipate a dormire 16 persone, ma soprattutto dove i locali “erano privi di finestre, e tutta la palazzina era priva di riscaldamento”. Nonostante queste condizioni, il canone d’affitto, stipulato a febbraio 2000, prevedeva la cifra di 23mila e 500 euro all’anno.

L’imputata a processo ha sostenuto di non essersi mai accorta che Su Fenglan avesse subaffittato i locali a irregolari. Una affermazione

bollata come “poco credibile “, visto che “ogni martedì si recava in via Ornato per avere diretto contatto con gli affittuari “. Nonostante questa presenza costante, Marta M. “ha negato di avere mai notato che la palazzina fosse adibita a dormitorio e mensa, essendo le tapparelle abbassate “.

Grazie invece a una serie di testimonianze è emerso come “l’imputata fosse consapevole del diverso uso dato da Su Fenglan alla palazzina”

Milano Post,27/10/2015

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