Merce di bassa qualità e negozi senza permessi

Più che un grido d’allarme è un lamento quello delle associazioni di categoria dei vari settori produttivi. Perché la trasformazione in atto del commercio capitolino sembra ormai inevitabile. Per tutti il vero problema è la qualità di quello che si vende e dunque il rischio impoverimento del tessuto produttivo per «colpa», anche della mancanza di controlli verso chi non rispetta le regole.

«Minimarket e frutterie straniere sono il più delle volte lasciati nel degrado – tuona Valter Papetti, presidente Anva-Confesercenti – non sto parlando soltanto della qualità di ciò che si vende ma anche dei negozi stessi e di come la merce viene esposta. Per non parlare di intere strade e marciapiedi invasi dalle cassette di frutta e verdura e senza alcuna autorizzazione dell’occupazione del suolo pubblico». Il più delle volte si tratta di negozi tutti uguali, con merce di scarsa qualità anche per la chincaglieria cinese o i negozi che vendono generi di abbigliamento a poco prezzo. «L’oggetto per la casa, quello che una volta si ricercava e che migliorava l’arredamento non esiste praticamente più – fa eco Giovanna Marchese Bellaroto, presidente Cna-commercio – in centro è maggiormente visibile questa perdita che non ha coinciso con un ricambio commerciale di analogo livello, ma con una massificazione del prodotto che permette sì di spendere meno ma che sacrifica il suo valore».

Non è un attacco all’imprenditoria straniera, tiene a precisare Bellaroto, piuttosto «un appello perché questa imprenditoria migliori e sia al passo con il cambiamento di certo inevitabile, ma che deve essere in qualche modo guidato dalle Istituzioni». Più netto il commento di Claudio Pica, presidente dell’Asssociazione Bar e Gelaterie di Roma e Provincia, il quale appare abbastanza preoccupato: «Abbiamo calcolato che di questo passo l’imprenditoria straniera diventerà leader in molti settori produttivi lasciando agli italiani un posto più marginale. Già oggi gli imprenditori cinesi, ma anche albanesi, rumeni, egiziani, sono diventati titolari di esercizi di somministrazione dei quali un tempo erano dipendenti. È un processo normale e anche caratteristico di una società moderna, ma che deve far riflettere sul futuro delle varie forme di commercio italiano».

L’appello ad un freno alle attività alimentari e agli esercizi di somministrazione è risuonato più volte, forte e chiaro, anche dai residenti del centro di Roma. Viviana Di Capua, presidente dell’Associazione residenti del I Municipio, ha più volte puntato il dito contro l’elevato numero di locali che neanche il blocco delle licenze in alcune aree tutelate né le licenze a punti hanno in qualche modo frenato. Il problema, anche per i residenti, si chiama qualità. La consigliera del Municipio, Nathalie Naim, oggi in lista con i radicali ha detto più volte la sua sul tema: «Il centro, i suoi rioni, le sue bellezze artistiche e architettoniche vanno salvaguardate in ogni modo. Non possiamo permettere di perdere le tradizioni e gli antichi mestieri che hanno fatto grande la storia di Roma».

Fonte: Il Tempo.it, 10/05/2016

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