Mar Cinese meridionale: Pechino esclude l’uso della forza, ma “avverte” gli Stati Uniti

La Cina non userà la forza per dirimere le questioni legate ai confini territoriali nel mar Cinese meridionale; nello stesso tempo, i funzionari cinesi invitano le “nazioni non direttamente coinvolte” nella disputa a non immischiarsi, con un riferimento evidente agli Stati Uniti, più volte evocati da Vietnam e Filippine per arginare le mire del Dragone. Una eventuale “internazionalizzazione” del problema – avvertono personalità e media di governo – peggiorerebbe la situazione: le divergenze vanno risolte solo mediante “colloqui bilaterali”. La presa di posizione di Pechino segue le esercitazioni della marina militare vietnamita del 13 giugno – definite di “routine” da Hanoi, ma che hanno sollevato critiche in Cina – e il decreto del premier Nguyen Tan Dung, pubblicato ieri, in cui sono indicate le categorie di cittadini esonerate dal servizio militare, nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra. E proprio con la Cina, nel 1979, il Vietnam ha combattuto (vincendo) il suo ultimo conflitto. Oggi Hong Lei, portavoce del ministero cinese degli Esteri, ha affermato che “non ripristineremo l’uso della forza o la minaccia dell’uso della forza”, condannando al contempo qualsiasi azione che possa esacerbare gli animi nella Regione. Il funzionario cinese invita inoltre “a fare di più” per la pace e la stabilità, lanciando un avvertimento. “Le nazioni che non sono direttamente coinvolte – precisa Pechino – nelle rivendicazioni territoriali, devono mantenersi al di fuori della disputa”. Le parole del funzionario cinese sembrano rivolte al presidente filippino Benigno Aquino, il quale ieri ha affermato che il suo Paese potrebbe beneficiare dell’aiuto degli Stati Uniti – interessati a controllare la zona – per dirimere la controversia con la Cina. Intanto il presidente ha anticipato l’intenzione di rinominare l’area al largo della costa, che per Manila si chiamerà “mare Filippino occidentale”. La presenza di imbarcazioni Usa, per il capo di Stato, garantirà libertà e sicurezza alla navigazione. Nel frattempo Hanoi continua a promuovere un approccio “multilaterale” per risolvere le dispute. Una posizione invisa a Pechino, che predilige colloqui diretti e bilaterali con ciascun Paese. La tensione si è acuita nelle scorse settimane, quando si sono verificati due diversi incidenti che hanno coinvolto imbarcazioni vietnamite e cinesi al largo delle isole Spratly e Paracel. Secondo uno studioso cinese le prove delle rivendicazioni di Pechino si troverebbero in un dispaccio diplomatico del 1958, in cui il Primo Ministro del Vietnam del Nord Pham Van Dong scrive al premier cinese Zhou Enlai, riconoscendo il possesso della Cina sulle isole Xisha e Nansha. Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meridionale, che comprendono le isole Spratly e Paracel, disabitate, ma assai ricche di risorse e materie prime. L’egemonia nell’area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento delle materie prime, fra cui petrolio e gas naturale.  A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il Sultanato del Brunei e Taiwan, cui si uniscono la difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti nell’area.

Fonte: Asia News, 15 giugno 2011

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