Manicomi e mutilazioni: le nuove torture nella Cina delle riforme

Mentre il governo centrale discute sull’abolizione del sistema della “rieducazione tramite il lavoro”, la cronaca cinese riporta casi agghiaccianti di violazioni ai diritti umani. Lo conferma la storia di Chen Qingxia (v. foto), moglie di un malato mentale divenuta lei stessa disabile a causa delle violenze subite mentre cercava di ottenere giustizia dalle autorità centrali per gli abusi subiti. La storia è stata raccontata alla China National Radio e confermata persino da un funzionario del Dipartimento di propaganda, che tuttavia ha cercato di modificarne i particolari.
Le disgrazie di Chen iniziano nel 2003 quando il marito, in cura presso un ospedale psichiatrico, viene condannato ai campi di lavoro (laojiao) per aver danneggiato un pezzo di ferrovia. Dopo la condanna, il campo si rifiuta di ospitare l’uomo per i suoi problemi psichiatrici e lo rimanda all’Ufficio di pubblica sicurezza di Yichun – nell’Heilongjiang – dove la famiglia vive. Chen si accorge di diverse ferite sul corpo del marito e teme per la sua salute mentale, molto peggiorata dopo questo viaggio. Poche settimane dopo verrà dichiarato schizofrenico e internato in un ospedale psichiatrico, una pratica molto comune usata dal regime comunista per mettere a tacere voci scomode.
Da questo momento, la donna cerca di ottenere giustizia presso il governo centrale tramite il sistema delle petizioni. Si tratta di una forma prevista e difesa dalla Costituzione cinese: se un qualunque cittadino ritiene di aver subito un torto da parte delle autorità locali, può chiedere al governo centrale di intervenire. Visto l’enorme numero di casi, i funzionari minori – spesso corrotti e deviati nella gestione della giustizia e della sicurezza locale – fanno di tutto per fermare chi vuole portare la propria petizione a Pechino.
Nel 2007, mentre torna dalla capitale, viene arrestata e tenuta in prigione per 10 giorni proprio a Yichun. Durante questa detenzione viene picchiata e perde l’uso delle gambe: “I miei piedi erano a posto dopo la visita a Pechino. Durante la custodia mi hanno picchiato e ora non sono in grado di camminare da sola”. Subito dopo viene prima chiusa in un obitorio deserto, guardata a vista da un soldato; e poi condannata a 18 mesi di lavori forzati. Nel frattempo il figlio, di 12 anni, sparisce nel nulla. Li Nan, funzionario della propaganda di Yichun, conferma la detenzione ma specifica che la Chen è stata “presa in cura” da 4 persone del Dipartimento di igiene per “motivi umanitari”.
Il caso di Chen si inserisce nel dibattito in corso in Cina sull’abolizione del sistema dei “laojiao”. Secondo alcune voci il Partito, guidato dal nuovo leader Xi Jinping, si sta preparando per abolirlo; per altri è in vista solo una “riforma” del tutto estetica. Inoltre, denunciano diversi dissidenti e analisti, “senza il controllo incrociato garantito solo dalla democrazia, Pechino avrà sempre la necessità di violare i diritti umani della popolazione. Possono cambiare nome, ma ne troveranno un altro per definire le stesse cose”.

Fonte: Asia News, 26 gennaio 2013

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