Mafia cinese a Modena: la storia di una schiava

Il terribile racconto di una donna venduta ad un clan per sanare un debito Costretta a prostituirsi e a lavorare in nero. Sfruttamento e gioco d’azzardo.

«Mi chiamo Cay-yan e di notte lavoro come prostituta in un appartamento di Reggio, di giorno in una fabbrica di Cavezzo gestita da un mio connazionale cinese dove operano anche dieci bambini. Mio padre era proprietario di un bar vicino alla stazione di Modena, nel cui retro si faceva gioco d’azzardo nella bisca gestita da Xia-ngan a cui mio padre doveva dei soldi».

Queste parole riassumono la terribile storia della ragazza cinese Cay-yan che è narrata nel recente “Non diamoci pace. Diario di un viaggio illegale” pubblicato a Napoli da Giulia Di Girolamo e Alessandro Gallo. L’episodio, raccontato in presa diretta in un capitolo del libro edito da Caracò editore, ci spiega bene come la mafia cinese, a Modena e in altri centri emiliani e romagnoli, non è certo meno pericolosa e spietata di camorristi, ‘ndranghetisti, mafiosi siciliani purtroppo presenti in massa lungo la via Emilia.

Cai-yan all’amico scrittore Gallo spiega per filo e per segno la sua Odissea che si è svolta in particolare tra Modena e Cavezzo con un periodo di “tranquillità” durante il quale la giovane lavorava da uno zio in un bar di Bologna.

«Non raccontate solo le vostre mafie – chiede Cai-yan nel libro – perché ci sono uomini che hanno messo su un impero in Italia. Tutti devono sapere che a Reggio ci sono ragazze sfruttate per conto di uomini come Xia-ngan.Devono sapere che a Modena molti miei connazionali sono vittime di usura e spesso non riuscendo a pagare finiscono per vendersi i figli e questi figli finiscono nella Bassa Emilia a cucire, rattoppare, lavare, stirare capi che finiscono sugli scaffali dei grandi magazzini».

La donna cinese a un certo punto viene venduta letteralmente agli sgherri di Xia-ngan, che già avevano picchiato lei e il padre, al posto della più giovane sorella: «Il bar – si legge nelle pagine del libro – non è l’unica cosa che si sono presi da mio padre. L’unica cosa che hanno tolto a mia madre. Volevano mia sorella, volevano lei. La più piccola. Non glielo potevo permettere. Lei va a scuola, si è ambientata, vive bene a Modena, ha un sacco di amici e pure un fidanzato italiano. Non potevo lasciarla andare. Mi sono offerta io».

Da lì in poi la discesa all’inferno di Cai-yan che per anni si è prostituita a Reggio e pure a Bologna. Nell’intervista rilasciata ad Alessandro Gallo spiega poi come funziona la mafia cinese – divisa in bande giovanili, organizzazione crinale e triadi famigliari – che sul nostro territorio si occupa in particolare di sfruttamento della manodopera e della prostituzione, oltre a contraffazione e gioco d’azzardo.

Ci sono, secondo il racconto, centinaia di persone mantenute in una forma di vera e propria schiavitù perché debbono restituire soldi alle organizzazioni criminali che ne hanno favorito il loro arrivo in Emilia Romagna e nelle altre regioni italiane.

Il colloquio di Gallo con Cai-yan si conclude con questa frase che dice che avrebbe sporto denuncia: “Voglio mandare in galera questi bastardi”. Ma nel libro di Gallo e Di Girolamo ci sono tante terribili storie di mafia che si svolgono a Modena.

Come ormai molti sanno la via Emilia è infatti popolata da numerosi esponenti e famiglie della criminalità organizzata che fanno i loro illeciti affari. Ecco dunque che alcune pagine del saggio sono dedicate a don Paolo Boschini parroco della chiesa della Beata Vergine Addolorata che nella primavera 2011 è stato minacciato dalla camorra.

Molti degli affari illeciti, soprattutto riguardo al gioco d’azzardo e altri modi di “lavare” il denaro sporco, li ha raccontati il collega Giovanni Tizian, prima sulla Gazzetta di Modena e oggi sull’Espresso.

Tizian vive sotto scorta dal dicembre 2011, “colpevole” secondo i mafiosi di raccontare i loro atti criminosi.

Nel libro il collega Alessandro Gallo lo intervista. E i due giovani si ritrovano a parlare delle tragedie di Giovanni a cui la ‘ndrangheta in Calabria ha ucciso il papà la notte del 23 ottobre 1989: “Avevo vent’anni – spiega Tizian nel libro – quando chiesi a mia madre di accompagnarmi nel lungo e doloroso esercizio della memoria. Sono cresciuto con due idee fisse: conoscere la verità sulla sua morte e poter diventare un bravo giornalista. L’antimafia è una azione quotidiana che devono e possono fare tutti, dal calzolaio all’imprenditore, dal giornalista al politico. Non credo esistano giornalisti antimafia, credo che esistano cittadini impegnati quotidianamente nel lottare le mafie».

Stefano Luppi, Gazzetta di Modena,28/11/2014

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