Madri di Tiananmen: “Il 4 giugno, tutta la terra pianse”

Quest’anno celebriamo il ventiduesimo anniversario del Movimento democratico di piazza Tiananmen. In un momento in cui la lotta per la democrazia, la libertà e i diritti umani in Africa settentrionale e Medioriente si sta diffondendo come un incendio selvaggio. Quali parenti di coloro che vennero uccisi proprio nel 1989, i nostri ricordi sono ancora freschi e il nostro dolore inconsolabile, mentre guardiamo indietro verso la tragica conclusione di quel disastro senza paragoni. Abbiamo sempre creduto con fermezza che tutto quello che è accaduto durante la repressione del 4 giugno sia ancora presente nei cuori della popolazione. I cinesi, e i pechinesi in maniera particolare, non possono dimenticare quegli eventi. Non possono scordare gli uomini e le donne che vennero uccisi da colpi di pistola o picchiati a morte dalle truppe dell’esercito nazionale. Il massacro del 4 giugno non sarà dimenticato, anche se viene tenuto sotto silenzio nella società e bloccato nella memoria della popolazione cinese. Rimarrà per sempre nei cuori, è stato attaccato in maniera indelebile nella storia. In quella terrificante notte del 3 giugno 1989, le truppe cinesi – protette dall’oscurità della notte e in marcia sulla strada aperta per loro da carri armati e veicoli blindati – accerchiarono la piazza Tiananmen da tutte le direzioni, picchiando a morte la gente presente nella loro avanzata. Ovunque fossero, studenti e civili vennero feriti in maniera gravissima. Quando, la mattina del 4 giugno, gli studenti iniziarono a sgombrare la piazza in maniera pacifica i soldati iniziarono a seguirli per schiacciarli, ucciderli e ferirli: in quella prima fase, almeno dodici ragazzi rimasero a terra. Persino il 6 giugno, il governo non fermò la sua operazione militare. Quel giorno, solo nei pressi della strada Fuxingmenwai, tre persone vennero uccise e altre tre ferite gravemente; il più giovane dei feriti aveva soltanto 13 anni. In un istante, il cielo cadde e la terra pianse nella città di Pechino. Lamenti e urla si potevano udire dovunque. In un istante, facce giovani e corpi tonici – uno dopo l’altro – divennero cenere per poi sparire dalla terra su cui avevano vissuto. Ad oggi sono passati 22 anni: abbiamo documentato 203 vittime del 4 giugno. Ma di molti morti non abbiamo notizie, e dei loro parenti non sappiamo nulla. Fra le 203 vittime accertate, alcune morirono per le botte ricevute dopo aver protestato per l’uso della forza da parte dei militari contro i civili; alcuni morirono mentre aiutavano i feriti o spostavano i cadaveri; alcuni vennero trascinati dai soldati in zone protette e qui fucilati; alcuni ricevettero un proiettile in testa proprio davanti casa; altri vennero uccisi mentre cercavano di fotografare, o testimoniare in qualche modo, le brutalità della polizia. Le nostre indagini e le verifiche fatte su di queste dimostrano che nessuna vittima era coinvolta in azioni violente. Erano tutti dimostranti pacifici e cittadini cinesi. Della maggior parte delle vittime conosciamo nome, sesso, età, unità di lavoro e occupazione al momento del massacro. Conosciamo gli indirizzi di casa, i nomi delle scuole e il livello di istruzione di tutti gli studenti uccisi. Sono morti in maniera tragica e maestosa. Non possiamo aiutarli, ma ogni volta che pensiamo a loro ci attanaglia un enorme senso di ingiustizia. Permettete a noi che siamo ancora vivi – noi parenti, noi mogli e mariti, noi fratelli e sorelle, noi figli e figlie – di pregare per voi e ricordare fra le lacrime il vostro decesso. Permettete a coloro che sono nella mezza età, ma soprattutto ai giovani, di rimanere in silente tributo e rendere omaggio a chi è morto. Un vecchio proverbio recita: “Non c’è modo di sfuggire ai peccati commessi dai cieli, e nessun uomo può sfuggire dal pagare per i peccati che ha commesso”. Il massacro del 4 giugno non è stato in nessun senso un atto casuale: è stato deciso dalle persone più importanti del Paese, e da loro è stato eseguito in maniera diretta. Da allora qualcuno di questi è morto, ma altri sono ancora vivi. E i peccato che hanno commesso non possono, secondo il diritto, non essere esaminati. Noi siamo creditori di un enorme debito storico, e come tali pretendiamo il rispetto e il saldo di questo debito. Siamo stati impegnati nel nostro difficile compito nel corso degli ultimi 20 anni e qualcosa: abbiamo lavorato duramente per restaurare la reputazione infangata dei morti e confortare quelle anime che ancora devono trovare la pace. Abbiamo scritto moltissime volte alla Commissione permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, e abbiamo chiesto loro di fornire un onesto e responsabile bilancio delle uccisioni di innocenti avvenute il 4 giugno. Abbiamo sollecitato la Commissione permanente a cambiare il proprio atteggiamento indifferente alle volontà del popolo e la loro ignoranza voluta nei riguardi delle richieste delle famiglie dei morti. Abbiamo chiesto di aprire un dialogo sincero e diretto sulle vittime con le loro famiglie. Ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna risposta alle nostre richieste. Verso la fine del febbraio del 2011 – alla vigilia dei “Due Congressi” nazionali (l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo) – i genitori di una delle vittime del massacro, membro delle Madri di Tiananmen, sono stati contattati dal Dipartimento di pubblica sicurezza del suo distretto per una cosiddetta “conversazione privata” e uno “scambio di opinioni”. Subito dopo, ai primi giorni di aprile, il personale di pubblica sicurezza ha avuto un altro contatto con quella famiglia. Questa gente non ha parlato di rendere pubblica la verità, aprire delle indagini giudiziarie o fornire una spiegazione per i singoli casi di ogni vittima. Invece di fare questo, hanno semplicemente chiesto “quanto si doveva pagare”, sottolineando che parlavano per quel caso individuale e non per le famiglie del gruppo nel loro insieme. Le Madri di Tiananmen hanno più volte chiesto al governo – nel corso degli ultimi sedici anni – di aprire un dialogo: le autorità ci hanno semplicemente ignorato. Quest’anno il loro silenzio è stato finalmente rotto. E questa apertura dovrebbe essere benvenuta. Ma, nei fatti, cosa significa questa loro risposta? Se le autorità pensano di poter gestire la questione del 4 giugno semplicemente con il denaro, e vogliono farlo di nascosto, cosa pensano di poter ottenere? Nel 1995, abbiamo iniziato a porre tre questioni per risolvere la ferita aperta del 4 giugno: verità, indennizzo e vera contabilità dell’accaduto. Nel 2006, in accordo con le circostanze di quel tempo, abbiamo aggiunto una risoluzione supplementare: dato che risolvere la questione avrebbe richiesto un certo procedimento, dovevamo adottare il principio di “affrontare per primi i problemi più semplici”. Tutte quelle questioni che implicano una seria divergenza di opinione, e su cui non è possibile mettersi d’accordo con rapidità (come ad esempio la vera natura degli eventi che hanno condotto al 4 giugno) possono essere messi temporaneamente da parte. Invece di parlare di questo, potremmo iniziare a trattare i diritti di base e gli interessi delle vittime. Ci sono in totale sei questioni. Fra queste ricordiamo che si deve levare la sorveglianza e le restrizioni personali imposte alle vittime del 4 giugno e alle loro famiglie; permettere ai familiari dei defunti di commemorare chi se ne è andato senza interferenze; i dipartimenti governativi competenti devono fornire assistenza umanitaria a coloro che, dopo il 4 giugno, hanno subito privazioni e violenze. Questa risoluzione principale ha un principio alla base e una linea alla conclusione. Questa linea è semplice: le anime di coloro che sono morti non devono essere umiliate e le loro famiglie non devono essere disonorate. Anche oggi vogliamo ricordare che queste due condizioni non sono in alcun modo discutibili. La nostra porta per un dialogo con il governo è rimasta aperta per tutto questo tempo. Come per ogni altra cosa, è sempre l’inizio ad essere il passo più difficile da compiere. Come prova di buona fede, il governo dovrebbe nominare o dislocare un settore ufficiale per il dialogo, invece di usare il Dipartimento di pubblica sicurezza o il personale addetto alla sicurezza dello Stato, gli stessi che ci monitorano e ci seguono ogni giorno per “parlare” con noi. Questo modo di fare è senza senso e non porta da nessuna parte. Di conseguenza, per riflettere la natura inclusiva di questo dialogo, noi speriamo che – invece che discussioni individuali – il governo cerchi di coinvolgere il maggior numero possibile di famiglie delle vittime per parlare. La cosa migliore sarebbe un team che rappresenti le famiglie e che sia addetto al dialogo. Speriamo che non si tratti di comunicazioni private ma un dialogo aperto e sincero, con tutti gli argomenti posti sul tavolo, senza nascondere fatti o differenze. Servirebbe per adempiere alle nostre responsabilità nei confronti delle vittime e della Storia. Non ci facciamo illusioni, e sappiamo bene che le questioni relative al 4 giugno non potranno essere risolte con un singolo passaggio. Se ci sono delle discussioni, però, devono essere vere discussioni: mirate a risolvere i problemi punto per punto, per arrivare a un’unica – o almeno semi unanime – conclusione. Sin dall’inizio dell’anno in corso, in tutte le nazioni di Medioriente e Africa settentrionale si sono susseguite manifestazioni e proteste a favore della libertà e della democrazia. Il governo cinese ha deciso di definire queste forme di protesta popolare come “sommovimenti”: e, fino ad ora, non ha mai menzionato le richieste della gente, che chiede libertà e democrazia. Perché? Perché ne hanno paura. Il governo ha paura che la situazione attualmente in corso in Medioriente e Africa possa arrivare fino alla Cina continentale, e teme che questo possa scatenare eventi simili a quelli che hanno portato al movimento democratico del 1989. Le autorità, di conseguenza, hanno stretto i controlli sulla società civile e intensificato la repressione: questo ha prodotto un serio deterioramento della situazione dei diritti umani in Cina. In particolare, la situazione che si è verificata sin dal febbraio di quest’anno è la peggiore che si sia mai vista proprio dai tempi di Tiananmen. È il periodo peggiore per la nostra nazione negli ultimi 22 anni. Il silenzio regna in tutta la nazione. Con nostra grande sorpresa, nonostante tutta questa repressione alcune agenzie governative per la sicurezza statale hanno lanciato conversazioni private e dialoghi con le famiglie delle vittime del 4 giugno. Come può questo fatto non suonare molto strano?

Fonte: Asia News, 4 giugno 2011

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