Ma i poveri del Vietnam sognano Pechino

Tra i porti del Fujian e le fabbriche del Guangdong la Cina sperimenta nella pratica la logica stringente cui fanno volentieri ricorso i suoi leader: la Repubblica Popolare è sì la terza, ormai quasi seconda economia del mondo, ma è anche un Paese in via di sviluppo. Doppio standard. Ci sono cinesi che cercano fortuna all’ estero, affidandosi spesso a organizzazioni criminali gestite da boss definiti «teste di serpente», espressione cantonese. E, in direzione contraria, cresce una mano d’ opera illegale e a bassissimo costo dai Paesi vicini, Vietnam soprattutto. Il fenomeno dei cinesi che partono è stato marchiato da una tragedia recente. Il 27 luglio 2009, nelle acque dei Caraibi, è affondata un’ imbarcazione che trasportava cinesi diretti clandestinamente negli Usa, via alternativa al deserto messicano. Una prima nave era partita da Fuzhou in giugno, ad Haiti un cambio per la tratta finale. Barca sovraccarica: naufragio. Dei 74 spariti, molti provenivano dal Fujian. Figli unici, più o meno ventenni. I compaesani raccontarono di come alcune delle vittime avevano dovuto prendere in prestito i soldi necessari per affidarsi all’ organizzazione. Venivano da una zona punteggiata da «città americane», come Tingjiang o Houyu, centri di case costruite con le rimesse di cinesi emigrati negli Usa, che dopo avere riscattato se stessi rifondendo il costo del viaggio e dell’ insediamento negli Stati Uniti – 85 mila dollari, secondo Guangzhou Daily – cominciano a sostenere le famiglie di origine. Nel caso dell’ imbarcazione affondata in luglio, i parenti delle vittime si sono sentiti dire dalle teste di serpente che «ci sono stati dei problemi». In cambio del silenzio, in ottobre hanno ricevuto un indennizzo record: tra i 410 mila renminbi (60 mila dollari) e i 450 mila, una cifra tre volte maggiore del consueto offerto dai boss. Se l’ operazione, invece, fosse andata a buon fine, il cinese in America avrebbe impiegato tre anni a saldare il debito e poi avrebbe cominciato a ripagare i familiari, in una provincia dove nelle zone rurali il pil pro capite si aggira sui 650 euro annuo. Attraverso il confine sino-vietnamita si gioca un’ altra dinamica, di segno opposto, sulla quale i media della Repubblica Popolare proiettano le recriminazioni nazionalistiche e territoriali che dividono tuttora i due Paesi. Il fiume Beilun, tra il Vietnam e la provincia del Guangxi, convoglia il traffico, che poi conduce gli immigrati indocinesi fino alle fabbriche del Guangdong, dove già s’ è costituita una comunità africana guardata con particolare disagio dalle autorità. Uno specialista di studi asiatici, Huang Jianyan, ha spiegato: «Il Vietnam di oggi è la Cina degli anni 80. I viet inseguono il loro sogno cinese come noi cinesi inseguivamo il sogno americano». Li chiamano guobing, termine viet per lavoratore migrante. Una lavapiatti a Canton può guadagnare l’ equivalente di 100-120 dollari, il doppio che in Vietnam, ed è come stare «sulla porta del paradiso». Sono decine di migliaia i lavoratori illegali nel Guangdong (quasi 60 mila nel 2007), e inquietano Pechino, alle prese con la colossale questione (demografica, economica, politica…) dei migranti interni. Nel 2009 la polizia del Guangxi ha fatto quasi 5000 fermi, si bloccano camion, si controllano laboratori. Il clandestino rischia la deportazione e 110 euro di multa, che si moltiplicano da 5 a 50 volte per chi li impiega. Non solo i viet: laotiani e birmani entrano dallo Yuannan. Ma il Vietnam – la guerra del ‘ 79 è l’ ultima combattuta dalla Cina – non è un vicino come gli altri.

Marco Del Corona

Fonte: Corriere della Sera, 14 aprile 2010

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