Long An: attivisti vietnamiti condannati al carcere per proteste “anti-cinesi”

Un tribunale della provincia vietnamita di Long An ha condannato due giovani attivisti, uno dei quali cattolico, a pene tra i sei e gli otto anni di prigione. Entrambi erano a processo, in regime di custodia cautelare, per aver distribuito volantini che denunciavano la politica “imperialista” di Pechino nel mar Cinese meridionale e la sudditanza del partito comunista al potere ad Hanoi.
La sentenza, emessa questa mattina, è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi delle autorità contro quanti scendono in piazza per diritti e delle proprietà, o manifestare il “patriottismo” contro ingerenze esterne (leggi il governo cinese) nella politica interna e sulla sovranità territoriale, nelle isole Spratly e Paracel.
Secondo quanto riferisce l’avvocato Nguyen Thanh Luong, la 21enne studentessa cattolica Nguyen Phuong Uyen (nella foto) – per la quale nei mesi scorsi si è mobilitata la comunità cristiana – dovrà scontare una pena di sei anni per “propaganda contro lo Stato” (articolo 88 del Codice penale). Al co-imputato Dinh Nguyen Kha, 25 anni, che doveva rispondere anche di “terrorismo” (art. 84) per il presunto possesso di materiale esplosivo, sono stati inflitti otto anni di prigione.
Entrambi erano stati fermati dalle forze di sicurezza nell’ottobre scorso, durante una manifestazione di piazza a Ho Chi Minh City – nel sud del Vietnam – durante la quale distribuivano volantini che invitavano alla protesta contro Pechino. Una vicenda annosa per Hanoi e il partito comunista locale, che a dispetto dei proclami improntati al nazionalismo ha stretto legami commerciali e interessi politici fortissimi con la Cina.
Nel corso del dibattimento in aula il legale ha più volte rimarcato, invano, la volontà di dimostrare il loro “patriottismo” dei due giovani e che “non avevano alcuna intenzione di opporsi al governo”. Nelle scorse settimane la madre della giovane cattolica ha denunciato casi di abusi e violenze commessi in cella ai danni della figlia, per mano di altre detenute. Tuttavia, le autorità non hanno mai affrontato la questione e fatto passare sotto silenzio la richiesta di aiuto e protezione alle guardie carcerarie.

Fonte: Asia News, 16 maggio 2013

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