Lo Stato di diritto è morto. L’ha ucciso la “società armoniosa”

La richiesta del capo della giustizia cinese Wang Shengjun di usare le mediazioni extra-giudiziarie come metodo preferito di risoluzione delle dispute civili e di “miglioramento dell’armonia sociale” ha creato molta preoccupazione di un ulteriore peggioramento dello Stato di diritto e dell’indipendenza del sistema giudiziario in Cina. A un recente seminario cui hanno partecipato i giudici più alti in grado del Paese, Wang, che è presidente della Corte suprema del popolo sin dai primi mesi del 2008, ha lodato la “tiaojie” (concetto che include “mediazione” e “riconciliazione”) come “una strada efficace per affrontare i conflitti sociali e promuovere l’armonia”. Inoltre ha chiesto ai giudici di “cercare una sintesi fra la mediazione e la risoluzione giudiziaria, dando priorità alla prima”. “Sostenere la priorità della mediazione significa rispondere in pieno allo spirito originario che anima il sistema di creazioni delle leggi in Cina. È anche uno sviluppo delle tradizioni legali e culturali come ‘valorizzare l’armonia’ e diminuire i contenziosi per risolvere i conflitti”. La spinta dell’amministrazione guidata dal Partito comunista cinese a favore della mediazione è comprensibile, dati i circa 180mila casi di rivolte sociali, proteste e manifestazioni che si sono verificati in Cina lo scorso anno. Dalla primavera, la nazione è stata testimone di avvenimenti terribili fra cui attentati suicidi in diverse città e prolungati confronti armati fra manifestanti e la Polizia armata del popolo nelle province del Guangdong e della Mongolia interna. L’Assemblea nazionale del popolo, l’organismo legislativo della Cina, ha approvato lo scorso agosto una legge “sulla mediazione nella Repubblica popolare” con lo scopo di costituire nuove branche nelle istituzioni con lo scopo precipuo di costruire una “società armoniosa”. Un portavoce dell’Anp disse in quel periodo che “la mediazione e la riconciliazione sono la prima linea di difesa contro le contraddizioni della società”. Mentre la polizia, gli uffici dei procuratori e i tribunali – così come i dipartimenti del governo e del Partito – sono impegnati nel miglioramento della “tiaojie”, le corti sono divenute la prima linea della riconciliazione “in stile cinese”. Dal 2009, il capo della giustizia Wang ha chiesto ai giudici regionali e a quelli di medio e basso livello di convincere le parti dei contenziosi civili e tenerli fuori dai tribunali. In alcune province, almeno la metà dei procedimenti civili portati davanti al giudice si sono risolti tramite la mediazione e non con il giudizio. Wang ha sottolineato nell’ultimo rapporto della Corte suprema del popolo (presentato a marzo all’Anp) che il 65,29 % dei casi relativi al diritto civile e a quello finanziario presentati in tribunale lo scorso anno sono stati gestiti con la mediazione. Si tratta di un aumento del 3,3 % rispetto agli stessi dati dell’anno precedente. Per la verità, Wang ha notato inoltre che sin dall’inizio del 2009 le corti cinesi “hanno la missione primaria di sostenere la crescita economica, lo stile di vita della popolazione e la stabilità socio-politica”. Secondo il capo della giustizia cinese “mentre i giudici dovrebbero sapere come usare il diritto per gestire i contenziosi, dovrebbero ancora di più conoscere metodi e vie per evitare sul nascere le contraddizioni sociali”. Sostituire però il giusto e dovuto processo con la mediazione è una scelta criticata dagli esperti, che sottolineano come in questo modo si eroda lo Stato di diritto e si privino i cittadini dei loro diritti costituzionali, fra cui quello di essere protetti dalle istituzioni legali e giudiziarie. Ong Yew-kim, professore aggiunto presso l’Università di legge e di scienze politiche di Pechino, ha notato come la “tiaojie” sia, nei fatti, la prova di un ritorno indietro nel campo della riforma legale e giudiziaria. Secondo Ong, “lo status professionale dei tribunali è stato compromesso sin dal momento in cui ai giudici è stato chiesto di assumersi il compito politico di mettere in pratica l’armonia sociale”. I cinesi ordinari, inoltre, “che intendono invece ottenere giustizia dalla legge rischiano invece di essere cacciati dai tribunali con il pretesto di massimizzare l’armonia”. Wang Liming, vice presidente dell’Università Renmin della capitale e deputato presso l’Anp, avverte: “I professionisti del diritto dovrebbero guardarsi dalla tendenza giudiziaria a dare un’enfasi eccessiva alla mediazione. Le corti di giustizia non sono organizzazioni per mediare. Mettere la mediazione sopra le sentenze è una variante che tocca lo status sociale e la funzione che la legge ha nei nostri tribunali”. Due casi recenti di “tiaojie”, che sono stati gestiti dalla polizia insieme ad alcuni organi giudiziari, hanno sottolineato i pericoli insiti nel mettere l’armonia sopra lo Stato di diritto. Nei giorni precedenti al 22mo anniversario del massacro del 4 giugno 1989 le Madri di Tiananmen – una Organizzazione non governativa nota in tutto il mondo, che lotta per ottenere giustizia per le vittime della repressione – hanno rivelato che le autorità di Pechino hanno cercato di “mediare” con i genitori di una delle vittime della piazza offrendo loro una somma di denaro. Collegata a questo tentativo di “tiaojie” c’era una condizione molto chiara: i parenti avrebbero dovuto smetterla di chiedere giustizia e di ritenere colpevoli del massacro il Partito e il governo. In una lettera aperta pubblicata il primo giugno, le Madri hanno definito questo tentativo da parte del potere di cercare un “accordo privato” tramite il pagamento di denaro “un modo per insultare lo spirito delle vittime del 4 giugno, che nel contempo ferisce la dignità personale dei parenti di quei defunti”. Il secondo caso coinvolge invece le centinaia di migliaia di genitori che hanno visto i propri figli ammalarsi nel 2008 e nel 2009 dopo aver bevuto del latte avvelenato dalla melanina. Da allora gli sforzi di queste persone – tra cui quelli di Zhao Lianhai, rispettato leader della Ong che rappresenta le parti in causa – per portare in tribunale i responsabili di quanto avvenuto sono risultati vani. Anche il tentativo di ottenere un rimborso – strada tentata da quattro genitori presso un tribunale di Hong Kong – si è rivelato vano. Lo stesso Zhao è stato condannato lo scorso novembre a due anni e mezzo di detenzione per “aver incitato il disordine sociale”. Dal 2010, i rappresentanti dell’Associazione cinese dei prodotti caseari, così come diversi dipartimenti importanti della polizia e della sanità, hanno iniziato a mettere pressione sui parenti perché considerino la “tiaojie”, non i tribunali. Lo scorso mese, l’Associazione ha annunciato che 270mila famiglie hanno accettato un totale di 910 milioni di yuan (91 milioni di euro) come risarcimento. I media cinesi e di Hong Kong hanno riportato che, accettando la ricompensa “una tantum”, i genitori hanno rinunciato al diritto di azioni legali anche future. Zhao, rilasciato su cauzione per motivi medici all’inizio del 2011, ha detto: “Molte famiglie non hanno avuto alcuna scelta se non quella di accettare un magro contributo. Non avevano alcuna possibilità di ottenere un giusto processo nei nostri tribunali”. Sostituire il giusto e dovuto processo legale con la mediazione è soltanto una delle manifestazioni della degenerazione in corso degli standard giuridici. Il fatto che i giudici – insieme agli agenti della pubblica sicurezza – siano divenuti una parte integrante dell’apparato del Partito teso a imporre “la dittatura democratica del proletariato” contro i suoi presunti nemici è evidenziato anche dalle pesantissime sentenze con cui i tribunali hanno schiaffeggiato centinaia di dissidenti e attivisti per i diritti umani sin dalla fine degli anni Duemila. Mentre Wang promuove la mediazione e la riconciliazione per promuovere l’armonia come “principio basilare”, i tribunali lavorano a stretto contatto con la polizia per imporre pesantissime condanne ai dissidenti, nonostante l’assenza di prove sufficienti. Un esempio viene da Liu Xiaobo: l’intellettuale e docente è stato condannato alla fine del 2009 a undici anni di galera per “aver incitato la sovversione contro il potere dello Stato”. Un anno dopo, l’attivista pacifista – noto per aver dichiarato “io non ho nemici” – è stato premiato per la gioia mondiale con il Nobel per la pace. Un libro appena pubblicato da Mike McConville – professore di diritto all’Università cinese di Hong Kong – sottolinea che giudici e pubblici ministeri sono sempre più gravati da “interferenze amministrative” operate da alcune parti sociali fra cui la polizia e la Commissione centrale del Partito per gli affari politici e legali. Questi esercitano un controllo strettissimo sulla polizia, sui magistrati e sui tribunali. Invece di presumere l’innocenza degli accusati, scrive McConville, “i giudici e i procuratori si accordano con la polizia per portare in carcere i sospettati”. Il professore cita un dirigente di alto grado del settore giudiziario, secondo cui “i giudici presumono in maniera scontata che chi si difende sia colpevole”. Dall’inizio del 2010 in poi, un buon numero di dissidenti e attivisti che sfidano le autorità sono semplicemente spariti nel nulla. Uno dei più noti fra questi è l’avvocato per i diritti umani Gao Zhisheng, noto in tutto il mondo per la sua attività gratuita a favore di gruppi che vanno dai lavoratori licenziati ai fedeli delle Chiese non ufficiali. Gao è sparito nell’aprile 2010 dopo aver subito più di tre anni di continue molestie e piccole detenzioni da parte della polizia e delle agenzie per la sicurezza dello Stato. Inoltre, un enorme numero di intellettuali e organizzatori di Ong è rimasto confinato agli arresti domiciliari persino dopo aver concluso il loro periodo formale di galera. Il caso più famoso è quello dell’avvocato “a piedi nudi” Chen Guangcheng, rilasciato lo scorso settembre dopo essere stato in prigione quattro anni per “aver disturbato l’ordine sociale”. L’attivista cieco si è guadagnato la simpatia internazionale in particolare per il suo lavoro contro gli aborti forzati imposte alle donne dei villaggi. In tutti questi casi, i tribunali si sono rifiutati di accettare ricorsi scritti dagli avvocati dei dissidenti. La situazione è poi peggiorata in maniera considerevole dopo le “rivoluzioni colorate” che si sono verificate all’inizio di quest’anno in Medio Oriente e Africa settentrionale. In un discorso pronunciato lo scorso mese all’Università di Pechino, il docente di Legge e riformista Jiang Ping ha espresso la preoccupazione che “l’enfasi sul principio ‘la stabilità prima di tutto’ potrebbe mettere in pericolo anche il ruolo dell’uomo, non soltanto lo stato di diritto. Ho detto spesso che fin da quando esiste lo stato di diritto, nella storia recente si sono verificati degli alti e bassi. Molto spesso si fa un passo indietro e due avanti”. L’81enne professore di legge, tuttavia, ha concluso: “Negli ultimi anni abbiamo compiuto un passo avanti e due indietro. Stiamo retrocedendo sulla strada principale, e questo è un fenomeno terribile”. Per dei compagni come il capo Wang – un ex dirigente di polizia e burocrate del Partito che non ha mai frequentato una scuola di diritto – evidentemente lo stato di diritto e le questioni legali non sono nulla, davanti all’imperativo di colpire ogni agente che possa destabilizzare la situazione interna.

Fonte: Asia News, 24 giugno 2011

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