Lo spionaggio all’interno delle università cinesi

Epoch times, 31 mag 18
Un documento riservato, recentemente circolato sul web, rivela come il Partito Comunista Cinese stia reprimendo il dissenso nel mondo accademico e incoraggiando i cittadini cinesi a spiarsi a vicenda.
Il documento, che consiste in una lettera inviata dall’organizzazione del Partito responsabile dell’Università di Economia e Giurisprudenza di Zhongnan al Ministro dell’educazione cinese, racconta un episodio che ha coinvolto un professore universitario.
Secondo questa lettera, il 25 aprile Di Jie Hong, professore associato di ‘gestione pubblica’ presso l’Università di Zhongnan, avrebbe tenuto una lezione durante la quale avrebbe criticato la Costituzione cinese, le aziende statali, e l’Assemblea nazionale del Popolo, l’organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese (Rpc), che in realtà nei fatti si limita ad approvare le decisioni prese dalla leadership del Partito.

Il documento afferma che Di «ha violato il regolamento delle aule, ha insegnato idee scorrette, espresso opinioni inappropriate e creato un’influenza negativa». Uno studente ha controbattuto le affermazioni del professor Di, il che ha portato gli osservatori a sospettare che sia stato lui o uno degli altri studenti a segnalare Di alle ‘autorità competenti’.

Inoltre, secondo il documento in questione, il ‘gruppo investigativo’ del Partito presso l’Università e la ‘commissione disciplinare’ (entrambi organi del Partito Comunista, che in Cina ha una diffusione pervasiva e capillare) avrebbero suggerito che Di ricevesse una nota di demerito, che gli venisse cancellata l’iscrizione al Partito, che fosse trasferito in un altro ambiente lavorativo, e che gli venisse revocata l’abilitazione all’insegnamento. Quando il documento è divenuto di dominio pubblico la decisione era già stata approvato dal Comitato scolastico del Partito, ed erano state avviate le procedure burocratiche per attuare i provvedimenti sopracitati nei confronti del professor Di.

Secondo i registri pubblici il professore aveva iniziato a lavorare presso l’università nel 2001 per poi diventare professore associato nel 2014.
La linea dura adottata nei confronti di chi critica il Partito Comunista è riconducibile a una direttiva del Partito rivolta agli amministratori e ai professori, nota come «7 cose di cui non parlare», che è stata diramata nel maggio del 2013, e che vieta di discutere di alcuni specifici argomenti nelle aule, come i diritti civili, la libertà di stampa, e la società civile.

Un’altra direttiva, pubblicata dal Ministero dell’Educazione a ottobre 2014, includeva una lista di divieti per gli istituti di istruzione superiore, tra cui il divieto di «dire parole o compiere delle azioni in contrasto con il sentiero, la direzione e le politiche del Partito».

Intervistato da Radio Free Asia, l’ex professore dell’Università Minzu di Guizhou, Cao Zhenhua, ha spiegato che le scuole generalmente arruolano informatori tra gli studenti e il personale, per essere sempre al corrente di qualsiasi attività e opinione critica nei confronti del Partito o comunque considerabile ‘inappropriata’.
Cao ha dichiarato che ogni classe ha uno o due studenti incaricati di scrivere resoconti sulle lezioni degli insegnanti per poi consegnarli agli agenti di sicurezza. E che inoltre i docenti sono tenuti a instillare l’ideologia comunista nei propri studenti, evitando ogni argomento in conflitto con essa. Infine, per perfezionare il controllo dei professori universitari, «molte università hanno installato videocamere nelle proprie aule».

Tan Song, un professore cinese, ha dichiarato che la ‘cultura degli informatori’ è molto diffusa nelle università: «Le menti sono state riempite da ‘sentimenti rossi’. Quando sentono il proprio insegnante esprimere concetti diversi da quelli che gli sono stati inculcati vanno istintivamente a denunciarli».


Fonte: Epoch Times, https://www.epochtimes.it/news/lo-spionaggio-allinterno-delle-universita-cinesi/

Articolo in Inglese: Leaked Document Reveals Informant Culture on China’s Campuses

Traduzione di Marco D’Ippolito

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