Mentre Liu Xiaobo si spegne, stanno morendo anche le sue speranze di riforma in Cina

Il Nobel per la pace cinese sarà difficile da sostituire, in mezzo a controlli sempre più stretti. Quando il dissidente cinese e vincitore del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo soccomberà al cancro al fegato, in un giorno che ora sembra inevitabile e imminente, il mondo non perderà soltanto un gigante morale.

Una fiera speranza per il cambiamento, un particolare sogno di una Cina diversa, stanno anch’essi sul loro letto di morte nell’ospedale settentrionale cinese, dove il trattamento a Liu è stato razionato, da medici dalle competenze sconosciute e dalla lealtà incomprensibile.

Poeta, intellettuale, campione di protesta pacifica, poco conosciuto all’interno della Cina a causa della censura, ma un nome molto elogiato al di là delle sue frontiere, Liu incarna la lotta che ha guidato coraggiosamente per quasi tre decenni.

Risorgeva sempre dopo il carcere e le torture, e tornava a ributtarsi nella mischia in quegli anni, nonostante i costi personali. “Anche se non mi trovo ad affrontare nient’altro che una serie di tragedie, continuerò a lottare, mostrerò ancora la mia opposizione”, ha detto in un’intervista del 1988, prima del massacro di Piazza Tienanmen.

Quello spirito ha reso possibile il cambiamento, forse anche nella sua vita. La sua ultima sentenza di incarceramento, avvenuta nel 2009, è stata eccezionalmente severa, ma è ancora emerso alla fine di questo decennio, con la pubblicazione di nuovi scritti, una nuova sfida alle autorità.

La sua morte farà comodo al partito che egli ha contrastato per così tanto tempo, permettendo di sminuirlo nel mito e di non lasciare alcun evidente successore.
Ci sono molti altri dissidenti in Cina – amici, sostenitori e anche rivali di Liu – che affrontano la crescente potenza di un ricco stato autoritario con un coraggio difficile da capire da chi è protetto da tutte le garanzie di una democrazia.

Ma oggi, la Cina sembra controllata ancor più strettamente che in quasi altro momento dalla morte di Mao Zedong. Anche le proteste senza un fine politico, come le femministe che si oppongono alle molestie sessuali, sono schiacciate senza spiegazioni. La comunità internazionale si inchina ai desideri di Pechino come mai ha fatto forse da secoli. E non c’è alcun sostituto per la speranza che Liu ha offerto attraverso la sua vita, oltre che attraverso il suo intelletto, ancora molto tempo dopo che altri hanno abbandonato l’idealismo degli anni ’80.

“Grazie a lui, la storia cinese non si ferma”, ha affermato uno dei suoi più vecchi amici, Liao Yiwu, dopo che gli fu dato il premio Nobel. “Dopo [i fatti di Tiananmen del 1989], la maggior parte delle persone ha scelto di dimenticare ciò che è accaduto, ha scelto di andare all’estero, ha scelto di riconvertirsi negli affari, o anche di lavorare con il governo – ma lui non lo ha fatto”.

Liu è stato dapprima riconosciuto come un ribelle negli anni ’80, uno dei decenni più politicamente aperti nella storia recente della Cina, quando i dibattiti interni si infuocavano su quale direzione il paese dovesse seguire, mentre ci si riprendeva dalla rivoluzione culturale.

“[La democrazia] non è stata una preoccupazione occidentale perché quando c’è stata un’apertura, si è vista la gente chidere libertà all’interno della Cina”, ha dichiarato Stein Ringen, professore emerito all’Università di Oxford e autore di La dittatura perfetta: la Cina nel XXI secolo. “Nel corso degli anni ’80 le cose erano piuttosto fluide, in parte perché non c’era davvero accordo tra i dirigenti sulla direzione [politica] da prendere”.

Liu è diventato un personaggio internazionale durante le proteste della Piazza di Tiananmen, abbandonando una posizione presso la Columbia University negli Stati Uniti per unirsi agli studenti cinesi. Arrestato per il suo ruolo, ha ripreso la lotta dopo la sua scarcerazione. Non è stato mai libero dalla sorveglianza, una volta alzata troppo la testa, è stato spesso perseguitato, ripetutamente imprigionato. Non è diventato un eroe per caso. “Se vuoi entrare all’inferno, non lamentarti del buio; non puoi incolpare il mondo d’essere ingiusto se vuoi incamminarti sulla strada della ribellione”, scrive nei primi documenti citati dal traduttore e amico Geremie Barthe.

La repressione di Piazza Tiananmen ha aperto un’era di isolamento internazionale, ma la censura non poteva sopravvivere a tempo indeterminato alla chiamata di sirena dei mercati cinesi, e Pechino desiderava riparare lo strappo, sigillare la rapida ascesa della sua posizione internazionale. Dopo l’adesione della Cina all’OMC nel 2001, e contemporaneamente le Olimpiadi di Pechino, un nuovo spiraglio verso la riforma sembrava nuovamente aprirsi.

Questa è la Cina che ho conosciuto come corrispondente per Reuters, dove le autorità hanno continuato a incarcere i dissidenti, ma gli avvocati, i giornalisti e gli attivisti hanno spinto oltre i confini del controllo statale e talvolta hanno anche vinto delle battaglie.

Ho anche incontrato Liu brevemente, anche se tale era la sua reputazione che sono rimasto praticamente muto, tanto che ricordo poco dall’incontro, solo che ci siamo scambiati i saluti.

Poco dopo, sarebbe stato prelevato dalle autorità, imprigionato, poi gli sarebbe stato assegnato il premio Nobel dopo aver unito le forze con altri dissidenti per disegnare la Carta 08. Era una richiesta di cambiamento sulla base della Carta antisovietica 77, redatta da attivisti dell’ex Cecoslovacchia, così chiamata per l’anno in cui fu scritta, e radicale solo nella sfida che hanno lanciato alle autorità.

“Quando è stata firmata la Carta 08, c’era un desiderio di avere un dialogo più aperto e di parlare di una transizione sociale pacifica”, ha dichiarato al New York Time lo studioso e documentarista Ai Xiaoming nella città meridionale cinese di Guangzhou e che firmò la carta. “Ma ora c’è un controllo sociale ancora più rigoroso e lo spazio della società civile si è ridotto in maniera significativa”.

Liu stesso si sta spegnendo, le sue ultime parole e pensieri possono essere raccolti in maniera imperfetta in qualche forma breve, ma come è già stato riferito, essendo cosi gravemente ammalato, potrebbero anche essere perduti interamente.

Il sostegno estero che avrebbe potuto sostenere i suoi amici e incoraggiare i dissidenti a raccogliere la sua eredità è stato cospicuo nella sua completa assenza o nel suo tono smorzato. Perfino la Norvegia, che ospita il comitato del premio Nobel, è rimasta in silenzio sulla malattia di Liu, forse influenzata dai nuovi legami con Pechino.

La potenza economica della Cina e la ricerca del controllo assoluto di Xi Jinping significano che la morte di Liu sarà una tenda calata su un periodo in cui la speranza ancora sopravviveva, anche se non sempre fioriva, e aprono la via a qualcosa di più oscuro”.

“È molto difficile veder emergere un’eventuale opposizione organizzata ormai, o una qualunque persona in grado di prendere una vera posizione autorevole contro il regime”, ha detto Ringen. “Riguardo queste questioni, sono estremamente pessimista. Non vedo assolutamente spazio per parlare apertmente”.

Traduzione Andrea Sinnove, LRF Italia Onlus


Fonte: The Guardian, 9 luglio 2017

English Article: The Guardian, As Liu Xiaobo fades, his hopes for reform in China are dying as well

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