Liu Xiaobo, i diritti umani e la libera manifestazione del pensiero in Cina: il dominio oltre il consenso

La scorsa settimana il fresco vincitore del Nobel per la Pace, il dissidente cinese Liu Xiaobo, ha festeggiato il suo 55esimo compleanno in carcere, nella prigione di Jinzhou. Egli rappresenta senz’ altro in questo momento agli occhi dell’ opinione pubblica mondiale il simbolo della lotta per la democrazia in Cina, nonchè dell’ assurda, palese e antidemocratica repressione di ogni forma di dissenso da parte del governo cinese. Arrestato due anni fa con l’ accusa di  sovversione ai danni dello stato (reato molto comodo per i governi autoritari vista la sua genericità), è stato condannato a undici anni di carcere per esser stato il promotore del manifesto ‘ Charta8 ‘, documento firmato da oltre trecento intellettuali cinesi, con cui si denunciava la situazione insostenibile dei diritti umani in Cina e si invocava a gran voce l’ applicazione di riforme democratiche che rendessero finalmente il paese un luogo in cui il potere sia legittimato dal basso, non dall’ alto, e in cui il dissenso possa essere un valore prezioso per la dialettica di uno Stato , non un nemico pericoloso da mettere a tacere a tutti i costi. Il caso Xiaobo riporta dolorosamente alla luce la questione mai sopita della carenza di diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese, che ha effettuato negli ultimi due decenni una crescita economica straordinaria e senza eguali, alla quale però non si è accompagnata un’ altrettanto rapida democratizzazione.                                                                                                                                                                     Infatti fu durante gli anni Ottanta, sotto la guida del nuovo leader Deng Xiaoping (Mao era morto nel ’76), che la Cina passò per una delle trasformazioni economiche più radicali e imprevedibili che si siano mai verificate: attraverso la privatizzazione di una consistente parte delle industrie statali e l’ introduzione di elementi di economia di mercato divenne una sorta di ‘Stato capitalista ad ideologia comunista’(Deng parlerà poi di ‘socialismo con caratteristiche cinesi’), e fu caratterizzato da quella straordinaria espansione economica che ancor oggi perdura.                                                                                                                                                                                                              E tuttavia la forma di governo a partito unico sotto l’ egemonia del Pcc, le elezioni dirette consentite solo a livello municipale, la censura, la propaganda e soprattutto la repressione del dissenso continuarono a perdurare. E fu proprio il contrasto tra questa modernizzazione economica e la conservazione del sistema burocratico-autoritario del regime che causò lo sviluppo, sul finire degli anni ’80, di uno spontaneo movimento di protesta: nella primavera dell’ 89 gli studenti di Pechino organizzarono, senz’ altro sotto l’ influenza delle profonde trasformazioni in atto nell’ Unione Sovietica, dimostrazioni pacifiche e manifestazioni di piazza. Ma ai vertici del governo, nonostante i vani tentativi di mediazione di Zhao Ziyang, prevalse la volontà del primo ministro Li Peng  sostenuto dall’ ancora influente Xiaoping, i quali, temendo per il diffondersi delle proteste, ordinarono all’ esercito l’ uso della forza durante la protesta di piazza Tienanmen (giugno ’89), che si concluse con un atroce massacro (si parla addirittura di migliaia di vittime, sebbene tuttora non esistano cifre ufficiali) e che rimane ancora oggi un’ episodio indimenticato e doloroso di stupro della democrazia.
Tuttavia il regime cinese è riuscito a sopravvivere sino ai giorni nostri, pur continuando nella sua politica di dominio oltre il consenso, di rifiuto del pluralismo, fatta di soprusi, false accuse, silenzi e smentite. E così il paese più popoloso del mondo, con un’ economia ormai seconda solo a quella statunitense e in continua ascesa, culla di civiltà da tempo immemorabile, continua oggi ad essere, come afferma il manifesto Charta8, ‘l’unico grande paese guidato da un regime autoritario’.  E la situazione sembra bel lungi dal migliorare: malgrado la pubblicazione nel 2009 da parte del governo del ‘Piano d’azione statale sui diritti umani’, ai buoni propositi non sono seguiti i fatti: il perdurare dei campi di lavoro per dissidenti(i cosiddetti (‘Laogai‘)  l’ arresto di Xiaobo, le continue intimidazioni ai danni di esponenti del movimento ‘Madri di Tienanmen’, gli attacchi informatici al motore di ricerca Google che ne hanno causato a marzo scorso la fuga dal paese e per concludere le minacce diplomatiche seguite alla recente consegna del Nobel allo scrittore cinese sono più che un sintomo di una cronica incapacità del Politburo e del governo di accettare e concedere una quantomai necessaria libertà di pensiero e d’espressione, nonchè di preferire la censura all’ apertura, la forza al dialogo. Ma un potere che non accetta il dissenso non accetta se stesso. Esso si mostra incapace di legittimarsi ai suoi occhi e a quelli dei suoi sottoposti. La sua volontà di mantenere ad ogni costo lo status quo e l’ordine esistente lo porta al limite estremo di violare diritti che esso dovrebbe invece garantire. Che ne è allora del patto tra governati e governanti? Come può lo Stato garantire i diritti inviolabili dei cittadini quando esso è il primo ad infrangerli? Il conflitto nei confronti del potere costituito non è la negazione della società, come forse il governo cinese vorrebbe indurci a creder quando parla di ‘sovversivi’ e ‘nemici del popolo’, ma solo il tentativo di costituire una diversa società. E il conflitto, di fronte a tendenze reazionarie e autoritarie, può rappresentare, come diceva il sociologo tedesco Dahrendorf, il ‘soffio vitale della libertà’.                                                                                                                                                                                            La Cina oggi non è un paese democratico. Ma la battaglia per i diritti umani qui è destinata a continuare, finchè ci saranno simboli come Liu Xiaobo o il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen, la cui immagine mentre affronta da solo i carri armati dell’ esercito cinese è diventata un’ icona per gli attivisti di tutto il mondo, ad ergersi portabandiera del progresso e della dignità umana.

Marco Letta

Fonte: Periodico Italiano, 6 gennaio 2011

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