L’intolleranza crescente della Cina per il dissenso sarà pagata cara

Spingendo l’opposizione di Hong Kong fuori dalla legislatura e perseguitando Liu Xiaobo, Pechino potrebbe aver messo in moto una nuova era di resistenza.

Giovedi sera, il dissidente cinese e prigioniero politico Liu Xiaobo è morto per cancro al fegato in un ospedale di Shenyang. Liu è stato, come la stampa occidentale ha acutamente sottolineato, il primo vincitore del Premio Nobel per la pace a morire in carcere dopo Carl von Ossietzky nella Germania nazista del 1938. I sostenitori di tutto il mondo hanno pianto la morte di un uomo che ha vissuto ed è morto da eroe. L’unico crimine che ha commesso è stato quello di elaborare una proposta che traccia un percorso di democratizzazione per il suo paese senza spargimento di sangue.

Poi, venerdì pomeriggio, il braccio lungo di Pechino si è esteso oltre il confine e si è avvicinato al corteo di Hong Kong. Legata alla decisione del comitato permanente del Congresso nazionale del popolo sulle norme di giuramento, l’Alta Corte di Hong Kong ha deciso di squalificare quattro legislatori dell’opposizione eletti democraticamente, tra cui Nathan Law, la persona più giovane mai eletta a legislatore. L’unica infrazione che i quattro hanno commesso è stata di aver in parte deviato dalla cerimonia di giuramento, dando voce al loro desiderio che la città si democraticizzasse.

Le due notizie, distanti meno di 24 ore, condividono una simmetria frustante. Sottolineano la crescente intolleranza del governo cinese per dissenso sia sulla terraferma che sui territori che controlla.

Ma la presa soffocante di Pechino ha un costo. A Hong Kong, la morte di Liu ha riacceso un sentimento anti-continente che da anni stava affogando. Ai sette milioni di cittadini che hanno guardato la lenta morte di Liu con orrore e dolore, è stato infranto una volta per tutte ogni rimasuglio di finzione che la Cina moderna sia un padre benevolo, ma si spinge oltre alla risposta brutale nel dibattito politico. E tutti i tentativi attuali e futuri di Pechino di conquistare la gente di Hong Kong, specialmente le giovani generazioni, sono destinati a fallire. Le immagini indelebili di un dissidente pelle e ossa sul suo letto di morte, o di quella famosa sedia vuota nel municipio di Oslo, sono state scavate nella loro mente collettiva. La Cina ha perso Hong Kong per sempre.

Allo stesso modo, la rimozione di quattro legislatori democratici non è senza conseguenze per Pechino. Reinterpretando le disposizioni di giuramento della Legge fondamentale, il governo cinese ha distrutto la magistratura di Hong Kong e ha affondato un altro colpo allo stato di diritto della città. Ogni volta che il NPCSC riscrive le regole e sovrascrive i giudici locali, la magistratura indipendente di Hong Kong – base del suo successo economico- perde un po’ di valore. A ogni opprimente tentativo di schiacciare l’opposizione, “un paese, due sistemi” – il quadro di felice convivenza per Hong Kong che il presidente Xi Jinping si appassiona a recitare davanti ai leader mondiali e che spera Taiwan un giorno abbracci – somiglia più a una promessa mancata.

Inoltre, la perdita di quattro seggi pro-democratici ha scompensato i controlli e gli equilibri della legislatura bicamerale di Hong Kong – il Consiglio legislativo – che comprende le costituenti geografiche elette democraticamente e le costituenti funzionali antidemocratiche, piene di lobbisti con interessi speciali volti solo al business. L’allontanamento dei quattro è costato all’opposizione la sua maggioranza nelle costituenti geografiche, il che significa che qualsiasi proposta di legge indesiderata avanzata da un legislatore pro-Pechino, passerà entrambe le camere.

Una delle prime cose che il progetto pro-Pechino prevede di fare è modificare le procedure di voto nella legislatura per porre fine all’ostruzionismo. Senza la possibilità di bloccare tale emendamento, l’opposizione sarà privata della sua unica arma efficace contro il governo. Ciò significa che non ci sarà nulla per impedire al governo di Hong Kong di avanzare l’agenda politica di Pechino per la città, dal passaggio di una legge altamente impopolare contro la sovversione, all’approvazione di progetti infrastrutturali di miliardi di dollari per una grande integrazione economica con la terraferma.

Tutto ciò sarà favorevole a Pechino sul breve termine, ma il mal di testa non sarà molto lontano. Una legislatura che agisce in completa impunità incattivirà ulteriormente la popolazione e destabilizzerà Hong Kong. Spingendo l’opposizione fuori dalla legislatura e nuovamente per strada, Pechino potrebbe aver inavvertitamente messo in moto una nuova era di resistenza.

Gli stessi ingredienti che hanno infiammato il movimento Occupy tre anni fa ricompariranno ancora una volta in superficie, spingendo la città verso un movimento politico di larga scala e con ripercussioni più ampie. Nulla di tutto ciò è nell’interesse del Presidente Xi, considerando che la vecchia leadership cinese è già impegnata in lotte intestine e una Hong Kong, sempre più ingovernabile, danneggerebbe l’immagine di uomo forte che Xi ha minuziosamente preparato per se stesso.

Quello che separa un esperto autocratico dal resto dei dittatori pazzi è la sua capacità di giudicare la differenza tra spingere troppo oltre e spingere quanto basta. Il controllo può essere il miglior sostituto per la legittimità del Partito Comunista Cinese e una condizione necessaria per l’auto-perpetuazione, ma quanto sia il limite continua a confondere – e può anche darsi un giorno ribaltare – la leadership di Xi. Quello che è accaduto a Liu Xiaobo e ai quattro legislatori espulsi a Hong Kong suggerisce che Pechino è ormai pericolosamente vicina a superare quella linea. Il prezzo per una valutazione erronea della situazione sarà elevato e, sebbene molto di questo sarà pagato da dissidenti continentali e dai cittadini di Hong Kong, può essere un colpo sufficiente a sconvolgere l’equilibrio sempre delicato nel castello di carte.

Traduzione di Andrea Sinnove, LRF Italia onlus


Fonte: The Guardian, 17 luglio 2017

English article: The Guardian, China’s growing intolerance for dissent will come at a high price

 

 

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