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L’imbarazzante silenzio della Ue di fronte all’assediamento della Cina

That’s market, doll . È ormai ufficiale l’ingresso con il 26,2% di China national chemical, gigante di Stato dell’industria chimica cinese, nell’azionariato della italiana Pirelli, quinta azienda di pneumatici al mondo. Non è il primo caso di ingresso di aziende cinesi nell’industria italiana.

Nel 2014, per esempio, il 27% degli investimenti esteri nel nostro paese è stato cinese: si pensi all’acquisto del 40% di Ansaldo energia da Shangai electric e al rilevamento di Krizia. È il mercato, bambola. Torniamo a Pirelli: un’azienda privata che ha soldi da investire (China national chemical) compra un’altra azienda privata (Pirelli) che di soldi ne ha pochi.

Nulla da eccepire dal punto di vista economico. Come ha ricordato di recente l’economista Romeo Orlando ai microfoni di Radio Radicale , le cose succedono quando c’è convenienza per entrambe le parti. Tanto più che nel mondo globalizzato non esistono ostacoli di alcun tipo, tanto meno di tipo ideologico. I capitali si spostano liberamente e le identità nazionalità tendono a sparire.

Nel caso di specie, dal punto di vista della Cina, il gigante asiatico non vanta grandi competenze nel settore automobilistico, e le cerca all’estero, per passare finalmente da un modello industriale quantitativo a un modello qualitativo, basato su innovazione, tecnologia e, appunto, qualità. In questo senso, l’Italia è uno dei paesi più appetibili, innanzitutto per le sue aziende di grande prestigio, ma anche perché la posizione negoziale del nostro Paese esce fortemente indebolita dalla crisi degli ultimi sette anni.

A ciò si aggiunga la grave flessione della domanda interna, nonché gli effetti della svalutazione dell’euro: chi ha risorse fresche trova l’ambiente ideale per investire. Così le nostre aziende si rinvigoriscono, passando però in mani straniere. Il problema è che l’Italia non compensa le vendite con acquisizioni altrettanto significative. È questo il vero segnale di declino del Paese.

Ci troviamo, quindi, oggi davanti a una questione complessa, che ci coglie impreparati. E che coglie impreparata l’Europa. Non meraviglia se la Fiat abbandona il terreno, per sbarcare negli Stati Uniti, o se la Cina conquista la Pirelli, due artefici dello sviluppo industriale italiano negli anni che furono. Nessuna recriminazione rispetto a queste scelte: sono figlie del mercato. Questi sono gli interrogativi posti dalla conquista cinese, dal Far East ad Africa, Europa America Latina, Australia e Stati Uniti. Per quanto la penetrazione nei settori chiave di questi ultimi sia osteggiata e contrastata.

Questi sono gli interrogativi sul tappeto ai quali l’Europa risponde con un silenzio assordante. Quali sono le tendenze propulsive di quel sistema cinese, che ormai non ha rivali? E come mai l’Europa non riesce a crescere e svilupparsi? La polarizzazione della situazione internazionale ha due protagonisti: Stati Uniti e Cina.

Paesi con modelli economici diversi, ma entrambi in grado di mantenere e accrescere le relative posizioni, con ritmi diversi ma orientati lungo una stessa direttrice. Il modello cinese è ancora quello fordista. Del tutto compatibile – è bene non dimenticarlo – con il dispotismo politico del partito unico e del richiamo al comunismo. Un modello in cui lo Stato ha un ruolo da svolgere. Con una presenza che interagisce sulle leggi di mercato, piegandole a proprio vantaggio. Concorrenza unfair , la stessa che in passato ha avuto l’Iri. In Europa tutti hanno fatto così, rammaricarsene è da ipocriti.

È chiaro che l’Europa non può contare più su questo «modello»: resiste la Germania, con la sua potenza industriale ma è un caso relativamente anomalo. Si spiega soprattutto per la «piccola Cina» ai suoi confini: i paesi del vecchio blocco socialista dove ha delocalizzato gran parte della sua produzione a un costo che spiazza ogni concorrenza. Questo modello che potremmo definire di «fordismo» temperato dalla compresenza di elementi di sottosviluppo, consente di accumulare ingenti risorse finanziarie, sotto forma di attivi della bilancia dei pagamenti utilizzati, spesso in modo passivo, nella grande arena finanziaria.

In modo passivo, perché Berlino non è Londra: la principale piazza finanziaria dell’Occidente, che compete con Wall Street e gli Stati Uniti. Come mostra la recente scelta inglese, condivisa da molti altri Paesi europei tra cui l’Italia, che tanto ha irritato gli americani, di partecipare alla Asian Infrastructure investment bank (Aiib) promossa dalla Cina. Che rischia di entrare in competizione sia con la Banca mondiale che con la Asian development bank: entrambe strutture che orbitano intorno agli Usa.

Così arriviamo agli Stati Uniti: a quel potente sistema economico che l’Europa dovrebbe guardare. Un accumulo di capitale umano, di conoscenza, a livello di massa, che non trova riscontro in nessun’altra economia. È da questo enorme vivaio che nascono quelle invenzioni tecnologiche che hanno consentito agli Usa di riconquistare una supremazia che negli anni passati sembrava perduta.

Se è vero che già oggi i confini tra manufatto e servizi – si pensi solo ai telefonini di ultima generazione – diverrà evanescente. Se la robotica integrale sostituirà, in larga misura, l’operaio in fabbrica. Se le nuove invenzioni saranno sempre più il frutto di un sapere diffuso, che in Europa non è organizzato né a livello di hardware – la banda larga di Internet – né a livello scolastico. Ebbene se tutto questo è vero, dov’è quel pensiero positivo che dovrebbe interrogarsi? Semplicemente non esiste. In Europa discutiamo di Grecia, di rigore finanziario e fiscal compact . Il primo problema da affrontare è la riduzione del carico fiscale: quando la differenza è pari a 16,9 punti di Pil (24,7 negli Usa, 41,6 nella Ue, dati Banca d’Italia 2012) non c’è partita.

L’eccesso fiscale trasferisce ingenti risorse dai settori più dinamici – le famiglie e le imprese – a quel moloc burocratico che è la mano pubblica, una forza conservatrice strutturata dall’immobilismo.

Ma la Ue è ancora competitiva? Se non lo fosse, nonostante squilibri territoriali e contraddizioni, non avrebbe accumulato negli anni quel surplus della bilancia dei pagamenti che ha fatto crescere, nel tempo, il valore dell’euro. E che oggi si sta indebolendo, ma non a causa dei flussi reali (import ed export di merci), ma per effetto della fuga di capitali che migrano verso altri Paesi. Gli Usa in testa, che convivono con un doppio squilibrio, un piccolo mistero, stando ai canoni dell’ortodossia economica: deficit di bilancio e commercio estero.

Il gap produttivo di un paese, come insegna l’esperienza cinese, si può eliminare in un periodo relativamente breve. Ma quella ricchezza, in senso lato, che ha richiesto secoli di storia per trasformarsi in uno stock mirabile a disposizione delle generazioni attuali, non potrà mai essere raggiunta dai late corner (gli ultimi arrivati) se non in un tempo molto lungo.

Ma se la valorizzazione e messa a reddito di questa importante risorsa viene fatta rientrare nel panorama della politica economica, il tasso di crescita complessivo non può che accelerare. Quindi bando alle paure, no ai protezionismi. Le regole dure del mercato non possono essere evocate solo quando conviene, nelle fasi espansive e competitive, e negarle quando le si subisce. Il mercato è il mercato, bambola. Alla faccia dei perdenti.

Il Giornale.it,29/03/2015

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