Libertà religiosa per il futuro della Cina

Ancora oggi ci giungono notizie di arresti di monaci tibetani, dopo le terribili immagini di giovani monaci e monache che si danno fuoco per la libertà. Le violenze contro le comunità del Tibet sono solo un aspetto della macchina che in Cina domina le religioni e cerca di distruggerle. Agli arresti di monaci e monache tibetani fa da pendant l’arresto di sacerdoti della Chiesa sotterranea (almeno una decina secondo fonti di AsiaNews), condannati ai laogai, i lavori forzati o “la riforma attraverso il lavoro”, solo per aver tenuto un ritiro spirituale per i giovani universitari, o concesso l’estrema unzione a una vecchia in ospedale. Al sequestro di Gedhun Choekyi Nyima, 21 anni, il Panchen Lama scelto dal Dalai Lama – il più giovane prigioniero di coscienza al mondo – corrisponde il sequestro dagli anni ’90 di due vescovi cattolici, mons. Giacomo Su Zhimin di Baoding, 80 anni, e mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian, 88 anni, forse i più anziani prigionieri di coscienza, isolati in un luogo sconosciuto per non aver mai voluto rinnegare il loro legame con il papa. Lo stesso si può dire dei controlli su monasteri e fedeli tibetani, in parallelo con il controllo delle messe e dei raduni dei cattolici; il freno a pubblicazioni religione, alla libera diffusione del credo, all’incontro fra fedeli locali e stranieri e all’invito a professori e maestri dall’estero: su tutti vige il controllo delle associazioni patriottiche e il sospetto che ogni raduno religioso sia di per sé un complotto contro la nazione: il papa e il Dalai Lama sono visti entrambi come due poteri stranieri che minano all’unità del Paese. Di per sé, fra cattolici e tibetani vi è una grande differenza: l’irredentismo tibetano presenta anche una rivendicazione territoriale, di indipendenza o di autonomia. I cattolici non hanno alcuna pretesa territoriale e vivono in ogni parte della Cina, scegliendola come la propria casa. Un altro aspetto differente è che i cattolici non si sono mai resi responsabili di atti di violenza contro il governo di Pechino, mentre in questi decenni di occupazione del Tibet vi sono stati attacchi, scontri, morti, spesso provocati dall’esercito o dalla polizia cinese. Pur con queste differenze – anzi proprio a causa di queste differenze – è ancora più incomprensibile il freno alla libertà religiosa, i controlli e il modo sprezzante che Pechino ha nei riguardi del papa e della fede cattolica. Solo pochi mesi fa – in giugno e luglio – vi sono state due ordinazioni episcopali a Leshan (Sichuan) e a Shantou (Guangdong), preparate contro il volere della Santa Sede, con vescovi sequestrati apposta per farli partecipare a un gesto contrario alla loro fede e al legame di comunione col papa. Il punto è che un regime dittatoriale non può permettersi il lusso di lasciare il minimo spazio fuori del suo controllo. Per questo, anche il rapporto con Dio, quello con il papa, la preghiera al Dalai Lama, l’esibizione della sua foto sono considerati elementi sovversivi. La Cina sa che la libertà religiosa è il piccolo sentiero da cui passa il rispetto della persona e tutti i diritti umani. Per questo, liberalizzare la religione significa decidersi a fare le riforme politiche dentro e fuori il partito, riforme sempre promesse, ma mai mantenute; sostenere uno stato di diritto invece della corruzione, dell’anarchia e del sopruso. Da tempo la Cina è su questo bivio – riforme o no – e si tira indietro rispolverando i canti di Mao e la repressione stile Rivoluzione culturale. Ma ormai deve fare presto: centinaia di milioni di persone in Cina, delusi dalle ingiustizie del partito e dal materialismo soffocante, si rivolgono alle religioni. E molti dissidenti scoprono che la fede cristiana – il Dio che ama l’uomo – è la base sicura dei diritti umani. Se la leadership non si decide al passo, ne sarà costretta dall’implosione verso cui si sta dirigendo la società. Allora, solo le religioni, con il loro potere di riconciliazione, potranno fermare la distruzione e la violenza.

Fonte: Asia News, 26 novembre 2011

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