Li Guizhi: “Cieca e sorda, ho viaggiato 5mila chilometri per fuggire dalla tortura”

Sorda e cieca per le torture subite, una dissidente cinese ha viaggiato 5mila chilometri all’interno del Paese prima di trovare un luogo sicuro in cui nascondersi dagli abusi della polizia. La storia di Li Guizhi, arrestata mentre cercava di entrare a Hong Kong per l’annuale marcia per la democrazia del primo luglio, è drammatica ma nello stesso tempo è emblematica della situazione dei diritti umani nella Cina contemporanea. Come ha raccontato lei stessa al South China Morning Post, la polizia cinese ha iniziato a seguirla “sin da quando ho cercato di entrare a Hong Kong per la marcia. Dopo l’arresto mi hanno chiusa in una ‘black jail’ [una prigione domestica illegale, in cui le autorità cinesi chiudono senza processo dissidenti e leader religiosi per cercare di farli sparire dalla circolazione] nella contea di Laishui, nei pressi di Baoding (provincia dell’Hebei)”. Grazie all’aiuto di altri dissidenti, riesce a fuggire: “Ero molto nervosa. Il mio cuore non sta bene, e ho perso del tutto l’appetito”. Fuggita dall’Hebei, inizia un viaggio di 5mila chilometri che la porta, lo scorso 25 luglio, in un luogo sicuro. Li, 57 anni, è nel mirino delle autorità sin dal 2006 quando – seguendo i dettami della Costituzione cinese – decide di presentare una petizione al governo centrale per chiedere la verità sulla morte del figlio, un agente di sicurezza morto in circostanze misteriose mentre indagava su un suo superiore coinvolto in un traffico di droga. La pratica delle petizioni è prevista e in teoria difesa dal diritto cinese, ma nei fatti chi osa presentare questi documenti (che spesso denunciato gli abusi delle autorità locali) viene considerato un criminale. Lo scorso 1mo luglio, al confine fra Shenzhen e Hong Kong, viene arrestata: “Sei uomini vestiti di nero mi hanno arrestata e portata in una ‘black jail’. Qui mi hanno fatto un’iniezione dicendo che era per l’asma, ma ho iniziato a sentirmi male. Hanno cercato di farmi firmare un contratto secondo cui io smettevo di presentare petizioni e in cambio mi davano un lavoro per mia figlia”. Grazie all’aiuto dell’Unione per i diritti del popolo, organizzazione con base a Hong Kong, riesce a fuggire. Su di lei c’è un ordine di arresto “rosso”, il più alto livello di pericolosità: per questo si taglia i capelli e mette degli occhiali scuri. Nonostante sia cieca, riesce a prendere un treno che la porta a migliaia di chilometri dai luoghi per lei pericolosi: “Ma non smetterò di combattere per la verità. Lotterò per mio figlio fino a che avrò respiro”.

Fonte: Asia News, 30 luglio 2012

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