Lettera di Antonio Tajani all’Avvenire: “i Paesi che sostengono la persecuzione delle comunità religiose non possono essere partner dell’Unione”

Caro direttore, ogni mese, nel mondo, la persecuzione religiosa uccide più di 300 cristiani. Ogni mese, vengono assaltate e distrutte 200 chiese e luoghi di culto. Ogni giorno e in ogni regione del pianeta, si registrano nuovi casi di persecuzione nei confronti dei cristiani. Nessun’altra comunità religiosa è oggetto di odio, violenza e aggressione sistematica quanto quella dei cristiani.

Con oltre due miliardi di fedeli, la religione cristiana è la prima al mondo. Tuttavia, se su scala mondiale è la principale confessione, in molti Paesi i cristiani sono minoranza etnica e linguistica. È il caso, ad esempio, dei dalit che, in India, sono perseguitati dalla maggioranza hindu. L’identificazione dei cristiani con l’Occidente è, del resto, la principale causa di persecuzione. Per i terroristi del sedicente califfato islamico o di Boko Haram, i cristiani sono i nuovi “crociati” d’Europa.

Non dimentichiamo, inoltre, che i valori e princìpi del cristianesimo, per il loro carattere universalistico, finiscono con lo sfidare i regimi anti-democratici.

In Cina, ad esempio, i cristiani sono percepiti come una minaccia per il comunismo ateo e monopartitico. I cristiani non rappresentano un “pericolo” solo per i fondamentalismi e le dittature, ma anche per il crimine organizzato.

La criminalità trova nella religione cristiana un forte ostacolo all’estensione dei propri tentacoli. È il caso del Messico, dove i narcos perseguitano i cristiani, perché attivi in iniziative contro la delinquenza minorile o nel recupero dei tossicodipendenti.

Come fermare tale barbarie? Innanzitutto, è necessario che l’Occidente rompa il silenzio su questa persecuzione.

Vivere in democrazie laiche non vuol dire escludere le religioni dalla società. Al contrario, le religioni sono parte integrante della società. E il cristianesimo è alle radici dell’identità comune europea.

La Ue ha il dovere morale e politico di rispondere, con forza e decisione, alle persecuzioni contro i cristiani e contro qualsiasi altro culto. I Paesi che sostengono la persecuzione delle comunità religiose non possono essere partner dell’Unione.

Questo deve includere gli Stati che scelgono la via dell’inerzia, diventando terreni fertili per discriminazioni più latenti, ma non meno pericolose, celate dietro paraventi giuridici e inazione politica.

Non possiamo tollerare, ad esempio, che un Paese candidato della Ue come la Turchia, continui a ignorare gli attacchi contro i cristiani nel proprio territorio e al confine con la Siria. L’Europa deve farsi promotrice di un modello di società da contrapporre al radicalismo religioso e a progetti brutali e criminali, come quello di creare un califfato islamico in Iraq e Siria che estenda poi i suoi tentacoli fino alla Libia.

Il dibattito politico non può essere confinato al destino delle banche o della zona euro. Dobbiamo tornare a parlare di valori. Come sollecitato da Papa Francesco, durante il suo recente discorso al Parlamento europeo: «È giunta l’ora di costruire l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana».

Per impedire il massacro dei cristiani nel mondo, non basta lo sdegno o l’iniziativa politica. Ove necessario, si dovrà ricorrere all’uso della forza. «Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità», come ha ricordato ancora papa Francesco che, come ben si sa, è uomo di pace. Per arrestare il flusso di rifugiati verso l’Europa, bisogna fermare anche i trafficanti d’esseri umani che, in questo XXI secolo, stanno assumendo il ruolo di neo-schiavisti e aguzzini globali.

Ma la battaglia contro il radicalismo potrà essere vinta solo con l’aiuto delle religioni. E le istituzioni hanno il compito di promuovere il dialogo fra di esse. Nessuno può, infatti, dimenticare che in tutte le grandi religioni monoteiste la vita, dono di Dio creatore, ha valore sacro.

In nome della religione, abbiamo l’obbligo di condannare tutti coloro che disprezzano la vita e uccidono in nome di Dio. Chi spara in nome di Dio, spara contro Dio.


Avvenire, 02/07/2015

Antonio Tajani, Primo vicepresidente del Parlamento europeo e responsabile per il dialogo interreligioso, 02/07/2015

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