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È l’estero la linfa dell’economia cinese

«I cinesi stanno usando il nostro Paese come un salvadanaio», ha urlato Donald Trump in campagna elettorale, promettendo di riportare a casa i posti di lavoro andati perduti.

Che abbia ragione? La Cina è il Paese che più al mondo ha beneficiato degli investimenti diretti stranieri (Fdi), più di chiunque altro negli ultimi 35 anni. È anche il Paese che meglio ha usato le risorse dell’Ovest per costruire le basi del suo sviluppo, come dimostrano il Pil e i posti di lavoro prodotti. Spezzare questo legame tra Cina e investimenti stranieri sarà un’impresa particolarmente ardua.

Non lo dice Donald Trump, ovviamente, ma la Hinrich Foundation di Hong Kong che si è specializzata nell’analisi degli Fdi in Cina e, in particolare, in quella che si concentra sull’andamento delle aziende straniere che operano in Cina, multinazionali in testa.

La tesi della Hinrich regge anche in presenza dell’altalena imboccata negli ultimi anni, un declino degli Fdi solo apparente perché nel 2015 ben 120 miliardi di dollari di investimenti diretti sono piovuti ancora e sempre sulla testa della Cina. Ne hanno beneficiato il Pil e i posti di lavoro cinesi, e la situazione non cambierà a breve perché il pugno di ferro di Pechino nel tenere saldamente la sovranità sul controllo dei processi non accenna a diminuire.

La frenata dell’economia non sta modificando gli elementi in gioco, perché lo schema si sta ripetendo anche in nuove aree di sviluppo, un esempio sono i grandi agglomerati urbani, da Tianjin a Shanghai, ma soprattutto in quelle più nuove come Chongqing dove gli investimenti stranieri sono stati utilizzati come leva per trasformare un anonimo centro dell’Ovest in una moderna città interconnessa al resto del mondo, basti pensare alla ferrovia che ormai la collega direttamente a Duisburg, in Germania. Chongqing, in altri termini, è risorta grazie ai capitali stranieri.

Michael J.Enright, che ha collaborato alla stesura dell’ultimo report sugli Fdi intitolato significativamente Developing China ha accettato l’invito del Sole 24 Ore ad analizzare soprattutto alcuni aspetti messi in evidenza dall’avvento di Donald Trump sulla scena mondiale. Dice Enright: «C’è uno speciale fenomeno da evidenziare, quando si parla di Cina, potremmo chiamarlo step-by-step process: negli ultimi 35 anni quella cinese è una storia caratterizzata da un attento e controllato processo di apertura, sempre dominato dall’idea che capitali stranieri, il know how, la tecnologia, e l’expertise manageriale debbano essere stati utilizzati a beneficio esclusivo dell’economia cinese. Questo step-by-step process in parte è imputabile alla necessità di mantenere il controllo dei processi, in parte a quella di partire da zero nella costruzione di istituzioni legali. E, d’altronde, la Cina ci ha messo un bel po’ a capire come mai doveva costruire questa impalcatura, anche a difesa dei suoi stessi interessi sviluppati in Cina in un contesto ormai globale»

Mentre gli investimenti stranieri diretti in Cina al ritmo di 100 miliardi di dollari all’anno, e quelli in termini di stock hanno raggiunto la vetta di 1,6 trilioni di dollari, nel complesso dell’accumulazione del capitale toccano una percentuale ridotta. Ma se si passa ad analizzare l’impatto economico specie sulle filiere produttive il discorso cambia drammaticamente ed è qui che bisogna appuntare l’attenzione. Sulla supply chain cinese gli investimenti nel 2013 sono stati dell’ordine del 33% sul versante del Pil e del 27% sui posti di lavoro prodotti nel Paese. Circostanza confermata dall’analisi condotta nel quinquennio 2009-2013.

Esistono ulteriori effetti a cascata, di cui bisogna tener conto. «Tecnologia, management, pratiche di business hanno rappresentato un moltiplicatore di questi benefici. Per non parlare – aggiunge Michael J.Heinrich – dell’effetto sul commercio internazionale e dell’export, che poi è quello di cui si discute adesso».

La Cina deve prendere atto quindi che nonostante il calo delle quote degli ultimi anni, le imprese straniere che in Cina hanno investito assorbono la metà del commercio cinese.

Qui sta infatti un altro aspetto dell’abbraccio mortale tra Cina resto del mondo e, di conseguenza Stati Uniti, la prima destinazione delle merci made in China. Come tornare indietro quando è proprio il network straniero ad aver permesso alle stesse merci cinesi di rimbalzare anche all’estero, in mercati più o meno contigui? E che dire dell’infrastruttura fisica e finanziaria associata al commercio internazionale? Senza questa struttura Pechino non sarebbe stata in grado di affrontare i mercati globali, per giunta munita di una moneta non convertibile. Anche il reticolo di aziende locali, ovviamente, ha approfittato di questa opportunità venuta dall’esterno, in termini di produzione ed export.

Tutto ritorna, quindi. La Cina ancor prima dell’avvento di Deng Xiaoping fece cadere il muro dei rapporti con l’Occidente con la dichiarazione di Shanghai che seguì lo storico incontro tra Richard Nixon e Mao Zedong.

L’inizio di una nuova era trova oggi un riscontro con la politica degli investimenti stranieri che ha ancora il laboratorio di eccellenza a Shanghai, nella Pilot free trade zone. Qui è stato appena varato un programma rivoluzionario per gli standard cinesi destinato all’attrazione di talenti stranieri: in un Paese particolarmente attento ai movimenti dei laowai (stranieri) si fanno aperture strategiche per chi accetterà di andare a lavorare proprio lì. A guardare quanto è successo negli ultimi 35 anni e quanto sta per succedere viene in mente Virgilio e il suo detto «Temo i greci, anche se portano doni». Nel salvadanaio.

Il Sole 24 Ore,Dicembre 13,2016

Hinrich Foundation, analysis of FDI in China: