L’economia cinese continua a crescere ma il futuro preoccupa gli analisti

L’economia mondiale si sta riprendendo, più rapida e solida rispetto alle attese, ma pur sempre fragile. Negli ultimi tempi, il dibattito sul “dopo-crisi” e quello sull’incognita Cina sembrano fondersi, tanto che persino il Financial Times, qualche giorno fa, si interrogava in prima pagina: “Stiamo assistendo a un definitivo spostamento del centro di gravità dell’economia globale?”.

Secondo alcuni, la Cina sarà la vera exit strategy, l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti, mentre l’Europa annasperà ancora fra le sue politiche economiche. Per altri, è soltanto l’ennesima bolla speculativa, di proporzioni inimmaginabili, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. James S. Chanos, il finanziere che aveva previsto il crollo del gigante Enron, ha espresso le sue preoccupazioni: “La Cina è come mille Dubai, o peggio”, ha detto in un’intervista al New York Times. Perché, ha spiegato Chanos, “gli eccessivi stimoli economici stanno imponendo a Pechino un ritmo di crescita insostenibile”.

I dati sembrano dare ragione – almeno apparentemente – ai più ottimisti. Nel 2009, nonostante la recessione mondiale, la Cina è cresciuta dell’8,5 per cento. Come? Lo stimolo varato dal governo, per un valore di 464 miliardi di euro, ha permesso la ripresa dell’economia. Diversamente da Stati Uniti e Europa, le banche hanno ampliato i finanziamenti alle imprese per sostenerne la crescita, quasi triplicando i fondi messi a disposizione dal governo. Nell’ultimo anno, la Cina ha superato la Germania, diventando così il primo paese esportatore al mondo: fra gennaio e novembre del 2009, l’export di Pechino ha raggiunto quota 1.070 miliardi di dollari, mentre quello tedesco si è fermato a soli 1.050 miliardi. Oggi, la Cina è il terzo paese al mondo per il pil (dopo Stati Uniti e Giappone) e, quando, lo scorso febbraio, è arrivata in Germania per fare shopping, ha fatto razzia di automobili di lusso e ha firmato 37 contratti per un totale di 11 miliardi di euro.

Pechino, già dall’anno scorso, è diventata il primo mercato mondiale dell’auto, superando gli Stati Uniti: se in Cina i veicoli acquistati sono saliti a 13, 6 milioni, in America le vendite sono scese a 10,4 milioni, un livello che non si vedeva dal 1982. Inoltre, fra le prime cinque aziende terminaliste al mondo, quelle che riguardano la movimentazione dei container, tre sono cinesi. Tra queste c’è la Cosco Pacific Ltd, compagnia di navigazione che mira a conquistare i principali porti europei e nordafricani. L’ultimo acquisto, nel 2008, per la modica cifra di 4,3 miliardi di euro, è stato il Pireo di Atene, un “hub” ideale per l’approccio al mercato dell’Unione Europea, di cui Pechino è il maggiore fornitore. Oltre alla Cosco, la Cina continua ad avanzare con la Hutchison Port Holdings di Hong Kong, ad oggi la prima terminalista al mondo, presente, fra l’altro, a Taranto ed Amsterdam, mentre la Psa International di Singapore, si è già piazzata a Genova e Venezia – soltanto per citare l’Italia.

Una Cina che sembra sana, quindi, e pure in buona salute. Ma secondo due ricercatori della Chinese Academy of Social Sciences, Yao Zhizhong e He Fan, il futuro non promette solo rose e fiori. Nonostante si preveda una crescita del 16 per cento per il 2010, l’economia cinese potrebbe affrontare un anno molto duro dal punto di vista finanziario. Il rischio, infatti, è che esploda la bolla relativa alle proprietà immobiliari, con la conseguente disoccupazione nel settore, e in secondo luogo, che aumenti in maniera drastica l’inflazione, facendo così decollare il costo della vita. L’allarme lanciato da Zhizhong e Fan nasce dai prestiti bancari concessi da Pechino nei primi giorni di gennaio, per un valore di circa 60 miliardi di euro. Il problema dei prestiti ha riguardato tutto il 2009 e l’unica soluzione oggi è quella di “ridurre gli stimoli, garantendo aiuti ‘moderati”, suggeriscono i due economisti del governo, in un articolo pubblicato sul China Securities Journal.

D’altro canto, Pechino dovrà far fronte alla mancanza di un mercato interno che possa rivaleggiare in termini di peso economico con l’export, e a tal fine sarà necessario sostenere la domanda interna. Il rischio, pertanto, è che il “dragone” finisca per mordersi la coda, con in più il fardello della disoccupazione in costante aumento che affligge indistintamente sia i lavoratori delle città che quelli delle campagne. Le previsioni di Chanos sono quindi tutt’altro che irrealistiche e se dovessero avverarsi sarà l’intero sistema economico globale a pagarne amaramente le conseguenze.

Fonte: Legno Storto, 24 gennaio 2010

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