Le relazioni Cina-Santa Sede alla prova del “Caso Wenzhou”

La Sala Stampa vaticana ha reso nota la «preoccupazione» per il vescovo Shao Zhumin, forzatamente allontanato dalla diocesi. Alcuni media hanno diffuso una reazione aspra del ministero degli esteri cinese, di cui però non rimane traccia nelle comunicazioni ufficiali. Sembra ancora presto per parlare di ennesimo blocco dei contatti sino-vaticani.

La nuova stagione dei contatti “riservati” tra Cina Popolare e Santa Sede incrocia la vicenda di Pietro Shao Zhumin, il vescovo cattolico di Wenzhou da mesi tartassato dagli apparati locali, che gli impediscono di svolgere il proprio ministero episcopale. Gli agit-prop arruolati a tempo pieno contro possibili intese tra Pechino e Chiesa di Roma già leggono nel “caso Shao” il preavviso di un nuovo black-out nei contatti tra governo cinese e Palazzi d’Oltretevere. Ma diversi indizi sembrano indicare tutt’altro.

I fatti  

Sono più di nove mesi che le autorità locali della provincia dello Zhejiang sottopongono a misure coercitive Pietro Shao Zhuming. Consacrato il 10 novembre 2007 come vescovo coadiutore di Wenzhou, senza essere riconosciuto nella sua dignità episcopale dal governo cinese, Pietro è stato da allora responsabile per la comunità cosiddetta “clandestina” fino alla scomparsa di Pietro Vincenzo Zhu Weifang, il vescovo ordinario della diocesi, ordinato legittimamente e “approvato” nel suo ruolo episcopale anche da Pechino. Zhu è morto ai primi di settembre 2016, all’età di 90 anni. Da allora, secondo il diritto canonico, Shao gli è succeduto nell’incarico diventando vescovo ordinario della diocesi. Ma da quel momento sono iniziati per lui anche i periodi di allontanamento e residenza forzata. Le autorità politiche locali vogliono che lui esca dalla condizione “irregolare” di vescovo “clandestino”, e accetti di diventare il vescovo della diocesi, alla guida di tutte le comunità cattoliche di Wenzhou. Ma lui rifiuta di iscriversi all’Associazione patriottica. Per questo Shao era già stato portato fuori dalla diocesi in occasione dei funerali del suo predecessore, e poi, di nuovo, in occasione delle feste di Pasqua, probabilmente per essere sottoposto a sessioni di “persuasione”.

È facile immaginare che i collaboratori di Papa Francesco abbiano utilizzato i canali di dialogo aperti col governo di Pechino per chiedere la fine del trattamento vessatorio riservato al vescovo dalle autorità locali della provincia cinese dello Zheijang. Poi, lunedì 26 giugno, la preoccupazione e la sollecitudine della Santa Sede sono state rese pubbliche in una comunicazione diffusa dal direttore della Sala stampa vaticana. Greg Burke , in risposta alle domande di alcuni giornalisti, ha definito la Santa Sede come «profondamente addolorata per questo e per altri simili episodi che purtroppo non facilitano cammini di intendimento» esprimendo l’auspicio che «monsignor Pietro Shao Zhumin possa ritornare quanto prima in Diocesi e che gli sia garantito di svolgere serenamente il proprio ministero episcopale» e ricordando anche l’invito «a pregare per Mons. Shao Zhumin e per il cammino della Chiesa in Cina».

La comunicazione, affidata alla Sala Stampa Vaticana, non rappresentava una dichiarazione ufficiale di qualche organismo vaticano, non era sottoscritta dalla Segreteria di Stato né dalla Congregazione di Propaganda Fide (i due dicasteri coinvolti nella gestione del “dossier” cinese) e non è stata nemmeno pubblicata su L’Osservatore Romano . A stretto giro, l’agenzia France Presse ha riferito di un’aspra reazione attribuita alla parte cinese: il 26 giugno, secondo l’agenzia francese, il portavoce del Ministero degli Esteri Lu Kang, interpellato nell’incontro quotidiano coi giornalisti sul comunicato vaticano, ha ribadito che «la Cina si oppone all’interferenza di qualsiasi Nazione straniera nei suoi affari interni» e che, «come accade in altri Paesi», sta rafforzando la propria «supervisione degli affari religiosi, in accordo con le nostre pratiche storiche e le nostre tradizioni». F ormule da Guerra fredda che negli ultimi anni erano scomparse dal frasario riservato da Pechino alla sollecitudine della Sede Apostolica per i cattolici cinesi. Sennonché, nel resoconto scritto ufficiale della conversazione tra i giornalisti e il portavoce Lu Kang, pubblicato e diffuso dallo stesso Ministero degli esteri cinese, non compare alcuna domanda e risposta in merito al caso Shao e ai rapporti col Vaticano. E quando una dichiarazione non viene ufficializzata nella forma scritta – suggeriscono analisti della prassi diplomatica cinese – essa non può essere accreditata come espressione della posizione ufficiale dell’organismo a cui viene attribuita.

Cosa suggeriscono i fatti  

La dichiarazione della Sala stampa della Santa Sede sul vescovo Shao è avvenuta pochi giorni dopo una sessione della commissione di lavoro sino-vaticana impegnata nelle trattative riservate proprio su problemi che riguardano anche la condizione dei vescovi cinesi. Nel frattempo, il 20 giugno, a Pechino, l’ambasciatore della Germania presso la Repubblica popolare cinese aveva diffuso un comunicato in cui chiedeva alle autorità cinesi di mettere fine alle forme di pressione esercitate sul vescovo Shao, restituendogli piena libertà di movimento. L’esternazione del diplomatico europeo ha avuto l’unico effetto reale di fornire altri argomenti agli ambienti che attaccano la Santa Sede per la riapertura dei contatti diretti con il governo cinese.

Proprio durante gli ultimi colloqui diretti, i rappresentanti della Santa Sede avranno avuto modo di rappresentare anche a voce ai loro interlocutori cinesi la stessa preoccupazione sulle situazioni specifiche che vedono vescovi e comunità cattoliche soffrire prepotenze da parte delle autorità locali. Avranno potuto ribadire che l’impegno sincero nel dialogo non conosce ripensamenti da parte vaticana, e che a creare disagio e problemi al cammino intrapreso sono proprio episodi come quello riguardante il vescovo Shao, che appaiono incompatibili con le dichiarazioni ufficiali di disponibilità e di apertura dialogante, espresse a varie riprese dai portavoce cinesi. Le piccole e grandi prepotenze inflitte dagli apparati locali a vescovi e a altri membri delle comunità cattoliche cinesi, proprio mentre sono riaperti da tre anni i canali di contatto diretto con la Sede Apostolica, finiscono fatalmente per alimentare interrogativi sulla sincerità delle dichiarazioni d’intenti espresse dalle autorità politiche dell’ex Celeste Impero. Essi alimentano scandalo e confusione anche tra tanti cattolici cinesi, e rappresentano oggettivi fattori di sabotaggio del dialogo in atto che occorre disinnescare, se davvero si vuole arrivare a risolvere i problemi in maniera vantaggiosa per tutti.

Sgombrare il campo dalle mine  

Al momento presente, la finora contenuta reazione cinese al comunicato vaticano fa pensare che anche a Pechino nessuno punti ad alzare pretestuosamente il tono delle polemiche per far saltare il tavolo dei colloqui con la Santa Sede. I problemi sul tappeto sono tanti e delicati, e molti di essi sembrano riassumersi proprio nella vicenda di Shao Zhumin, vescovo cattolico non riconosciuto dal governo ma seguito da gran parte dei fedeli della sua diocesi, intenzionato a non seguire alcune delle regole imposte dalla politica religiosa governativa. Per sciogliere i nodi occorre calma, pazienza e fiducia reciproca. La Santa Sede, dialogando col governo di Pechino, si espone ad attacchi preconcetti, manovre, manipolazioni da parte di tutti gli ambienti che non tollerano nemmeno l’idea di veder maturare e crescere contatti diretti e senza mediazioni tra la Chiesa di Roma e la Repubblica popolare cinese.

Ma proprio la sollecitudine manifestata a tutti i livelli rispetto a casi delicati come quello del vescovo Shao mostra anche che l’unico criterio seguito dalla Sede apostolica nel suo desiderio di dialogo con la Cina popolare non è un ottimismo sprovveduto e beota, né tantomeno una devozione fanatica per il potere delle trattative diplomatiche, ma il discernimento delle circostanze date, nutrito dalla fede degli Apostoli. Per aiutare i cattolici cinesi a vivere e confessare con meno problemi la comunione sacramentale col Vescovo di Roma e con tutta la Chiesa di Cristo. Sempre tenendo presente, come ha ripetuto Papa Francesco nella Festa dei Santi Pietro e Paolo, che «sopportare il male non è solo avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù: è portare il peso, portarlo sulle spalle per Lui e per gli altri. È accettare la croce, andando avanti con fiducia perché non siamo soli: il Signore crocifisso e risorto è con noi».


Fonte: La Stampa, 1 lug 17

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