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Le ragioni di una rivolta

Una premessa
Oggi  per completare la pulizia etnica nei territori occupati il regime cinese alimenta ,con un sapiente uso dei media di stato, le tensioni “razziali” e cerca di contrapporre ai contadini ed agli operai uyghuri e tibetani in rivolta i coloni frustrati da anni di inutili sacrifici.

I gerarchi alimentano il “nazionalismo” Han additando i rivoltosi come responsabili delle violenze scatenate dalla polizia cinese,come barbari ingrati che impediscono il decollo dell’economia coloniale.

In Turkestan orientale,come in Tibet, le popolazioni autoctone diventano così  il capro espiatorio sul quale sfogare la rabbia e la frustrazione per una crisi che rischia ormai di travolgere il “modello di sviluppo cinese”.

La rivolta di Urumqi

A seguito della grave crisi che ha colpito le aziende che producono giocattoli nella provincia cinese  del Guangdong i dirigenti di una fabbrica di proprietà di Francis Choi ,investitore di Hong Kong,nel Gennaio scorso hanno chiesto ai commissari politici  del Partito Comunista di deportare dal Turkestan Orientale 800 giovani uyghuri da affiancare prima , e sostituire poi ai lavoratori cinesi ritenuti ormai troppo costosi.

Così nei mesi di Maggio e Giugno grazie ai buoni uffici delle “labor authorities “ della Contea di  Shufu (Turkestan Orientale) sono arrivati i primi contingenti di schiavi costretti a lavorare 12/14 ore al giorno sette giorni su sette,per un “salario” di 10 yuan  al giorno ( Euro 1,00).

Vengono stipati nei dormitori appositamente costruiti per loro,costretti ad un regime alimentare degno di un gulag sovietico,prigionieri della  fabbrica  e guardati con sospetto dagli operai cinesi che già intuivano le reali intenzioni dell’azienda.

A fine Giugno ,completato il “trasferimento”,l’azienda inizia quindi a licenziare i primi operai cinesi ed uno di loro,certo Zhu,il 26 Giugno  per “vendicarsi”dei “concorrenti” telefona agli ex compagni di lavoro raccontando di aver assistito allo stupro di una lavoratrice Han da parte di alcuni giovani uyghuri.

Accusa assolutamente infondata che però ,visto il clima che si era ormai creato in fabbrica,induce centinaia di cinesi a fare irruzione nei dormitori ed uccidere barbaramente 26 operai ed operaie uyghure ,ferendone gravemente altri 118.

Inutile dire che le autorità locali, a libro paga dell’azienda,si sono guardate bene dall’aprire una vera inchiesta sull’accaduto.

Queste è l’ennesimo episodio di discriminazione ,di violenza cieca e di selvaggio sfruttamento  che ha spinto i giovani di Urumqi a scendere in piazza per chiedere giustizia e la fine delle deportazioni di massa dei loro coetanei .

Apartheid

Ma ci sono anche altri crimini che esasperano e scuotono la comunità Uyghura.

Gli uyghuri , come i tibetani,sono ormai ridotti a minoranza nel loro paese.

Basti pensare che in quella che era un tempo la capitale del Turkestan Orientale oggi risiedono quasi due milioni di Han.

Ed il flusso dei coloni continua ininterrotto.

Per alimentarlo il governo cinese non bada a spese erogando agli Han incentivi in denaro , offrendo casa e lavoro ,assegnando loro i terreni espropriati agli uyghuri,costruendo nuove infrastrutture.

Nel contempo prosegue la deportazione dei pastori nomadi e dei contadini uyghuri che sono costretti a trasferirsi nei nuovi “villaggi socialisti”;veri e propri campi di concentramento dove ,controllati a vista dai militari cinesi,sono costretti a vivere come paria ,senza lavoro e senza reddito.

Religione,lingua e tradizioni vengono negate dalle politiche “assimilatrici” imposte da Pechino per sradicate l’identità nazionale di un popolo.Basta ricordare che oltre il 50% degli Uyghuri detenuti nei Laogai del Turkestan sono stati condannati ,senza processo, ai lavori forzati soltanto per aver praticato la loro religione.

Le politiche di “pianificazione familiare”controllano rigidamente la crescita demografica dei nativi imponendo aborti ,sino al nono mese di gravidanza,e sterilizzazioni forzate alle donne Uyghure.

Nei centri urbani il tasso di disoccupazione tra i giovani sfiora ormai l’80% e anche quando riescono a trovare un lavoro percepiscono un salario di gran lunga inferiore a quello corrisposto ai figli dei coloni cinesi

Le risorse naturali vengono sistematicamente saccheggiate, grandi distese un tempo utilizzate dai pastori nomadi sono state trasformate in poligoni nucleari e centinaia di migliaia di pastori e contadini vengono ancora oggi contaminati dalle radiazioni.

Ed il tragico rosario potrebbe continuare ma credo che questi primi elementi possano spiegare ai nostri improvvisati sinologi ,che ancora si interrogano sulle ragioni della rivolta, quale sia la sorte toccata agli abitanti dei territori illegalmente occupati dalla Repubblica Popolare Cinese.

Claudio Tecchio