Le ombre non placate dei morti e le furie

Perché il 15, 16 e 17 marzo 2010 ragazzi italiani di “destra” e di “sinistra” si affrontano per darsele di santa ragione all’Università di Tor Vergata e vari mesi dopo in diverse occasioni ripetono il violento rituale, spesso in ambienti universitari?

Semplificando, credo, perché ad entrambe le parti, rossi e neri, il mondo attuale, governato dal mercato e dal profitto, fa  solo schifo. Essi hanno tutti una qualche nostalgia delle opposte ideologie novecentesche e dei loro progetti inattuati (forse inattuabili), perché una cosa è battersi per un’idea, per strampalata che sia, un’altra è battersi solo per avere maggiori guadagni. “Da cittadino a consumatore” non è una via  né gloriosa  né gioiosa per un giovane (né per un vecchio). Ma, se il Fascismo ed il Comunismo sono caduti definitivamente a Berlino nel 1945 e nel 1989, non dobbiamo chiederci perché creature nate decenni dopo queste date ancora si affrontano in nome di simili teorie, generatrici di tanto sangue sparso e di tanti lutti? Se le parole“destra” e “sinistra”, già negli anni Trenta del Novecento, per gli spiriti più accorti non avevano senso, come mai dopo tanto tempo riacquistano vigore e tornano ad avvelenare con l’odio l’età più bella della vita, quella in cui si sogna di cambiare il mondo e si può? Il motivo è semplice. Se non tutta la storia è stata raccontata, non tutti i morti sono stati seppelliti. Mi spiego con un esempio: Akira Kurosawa, nel film “Sogni”, fa uscire da una  buia galleria sbiaditi e impolverati i soldati nipponici. Nella sequenza cinematografica sono i fantasmi dei soldati caduti in battaglia che si affollano all’uscita, verso la luce, e si avvicinano all’indaffarato popolo dei viventi. Vogliono solo essere abbracciati l’ultima volta, salutati e poi congedati per sempre. Invece i vivi, turbati e impauriti, li sfuggono e i soldati ritornano indietro, nascondendosi umiliati nel tunnel. Da noi in Italia questo non è stato un film, è accaduto nella realtà. Di alcune cose e di alcuni morti non si può ancora parlare. Una parte è sempre buona, l’altra sempre cattiva, nel passato come nel presente. Queste due storie, vere entrambe, quella della parte che ha vinto, e quindi è buona, e quella della parte che ha perso, e quindi è cattiva, quando si tramuteranno in memoria condivisa? Finché i vincitori negheranno le realtà ricordate dai perdenti o quando finalmente le accetteranno come semplicemente accadute? La storia è l’insieme di tutti gli avvenimenti. E’, mi si perdoni il paragone paesaggistico, come un grande fiume che raccoglie le acque dei suoi affluenti di sinistra e di destra e le convoglia mescolate verso il mare. Esiste un fiume che può rifiutare le acque di un suo affluente? No. Così è per la storia che, solo portando in luce l’insieme di tutti i fatti in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo avvenuti, assurge a testimonianza completa, a verità oggettiva, e finalmente diviene memoria condivisa da chi ha vinto, da chi ha perso e da chi è stato a guardare. Le chiacchiere che resuscitano piccole storie particolari, separandole dal contesto generale, e non vogliono entrare a far parte della Grande Storia (Il Grande Fiume) emanano da nicchie interessate ad istillare la discordia e l’odio fra gli italiani. Le addomesticate memorie settoriali e le vergognose omissioni impediscono alla Storia di divenire storia operante e maestra di vita. Se tutti i giovani potessero disporre di fonti sicure per conoscere gli avvenimenti del Novecento, gli scontri delle opposte fazioni diventerebbero solo appassionate ed accese discussioni. Anche agli aizzatori cattedratici gioverebbe “ripassare” il Novecento, vergognandosi di aver fatto uso politico della storia e di aver scritto romanzi a tesi, invece di oggettive cronache degli avvenimenti.
Maria Vittoria Cattania

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