LE OMBRE DI OBAMA

Il venti gennaio Barack H. Obama, con la cerimonia di insediamento al Campidoglio, è ufficialmente diventato il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. L’avvenimento è stato accolto, in Italia come del resto un po’ ovunque nel mondo, con gioia come da tempo non succedeva dopo un’elezione Presidenziale americana. Anche i più scettici che avrebbero preferito vedere McCain alla Casa Bianca, travolti dall’euforia generale, hanno frenato eventuali critiche ed alcuni di loro hanno fatto capire di essersi ricreduti. I media di tutto il mondo stanno seguendo il quarantaquattresimo presidente con molta attenzione arrivando a dare alla scelta del cane, promesso alle figlie in campagna elettorale, un’importanza che avrà fatto sorridere molti. Il mondo guarda con fiducia al nuovo volto dell’America e neanche le scelte, per alcuni versi discutibili, sulla squadra di governo, l’hanno fatta vacillare. Numerosi appelli gli sono stati rivolti da molte parti del pianeta, ricordo in proposito quello di Mahesh Yadav il ventisei febbraio di quest’anno. Obama è il futuro e con lui il mondo può cambiare, può essere un posto migliore. L’abbiamo pensato tutti, l’ho pensato anch’io; poi è arrivata la realpolitik.

E’ prossima la nomina di Charles Freeman, ambasciatore americano in Arabia Saudita dal 1989 al 1992, per un posto ai vertici dell’Intelligence statunitense. Attualmente membro del Consiglio di Amministrazione della CNOOC, una delle maggiori compagnie petrolifere cinesi di proprietà dello Stato, Freeman, oltre ad aver espresso la sua ammirazione per il defunto leader comunista Mao Zedong, avrebbe criticato la modalità con cui il governo cinese gestì i fatti di piazza Tiananmen. Secondo lui polizia ed esercito, agli ordini del partito, avrebbero dovuto usare meno cautela e reprimere la protesta sul nascere. Harry Wu, attualmente Direttore Esecutivo della Laogai Research Foundation, ha mandato una lettera ad Obama chiedendogli di cambiare posizione in proposito. E’ mia opinione, scrive il Sig. Wu, che le relazioni di Mr. Freeman con il governo cinese, nonché il fatto che abbia sostenuto il regime, minino le sue capacità di prestare servizio come membro dell’Intelligence.

Un’altra nomina, annunciata dal nuovo presidente lo scorso ventisei febbraio, getta un’ombra indiscutibile sul successo della nuova amministrazione americana. Si tratta di Gary Locke, governatore di Washington dal 1997 al 2005,  promosso al vertice del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Laureato in scienze politiche a Yale, americano di terza generazione, Locke ha lasciato intendere più volte di nutrire una certa stima per l’amministrazione del Partito Comunista Cinese. Alle ultime olimpiadi di Beijing è stato uno dei portatori della torcia olimpica.

Il vero compito di Barack Obama, come sostiene anche il giornalista americano David Rieff di cui in Italia è apparso recentemente un articolo su Internazionale intitolato “Ma Obama vi ama?”, è quello di pensare al benessere economico del suo paese.

Le relazioni economiche con la Cina sono fondamentali per gli Stati Uniti e perché queste relazioni siano buone lo devono essere anche i rapporti diplomatici. Dal canto suo il gigante asiatico non farà marcia indietro tanto facilmente per quanto riguarda la questione dei diritti umani, non ci sono segnali in questa direzione, anzi, tutto lascia pensare che si vada verso un inasprimento della repressione (basta guardare alla distruzione pianificata della “città vecchia” di Kashgar, centro culturale dell’etnia Uyghuri o alla persecuzione dei membri del Falun Gong per non parlare poi delle nuove armi di cui è stata dotata la polizia in Tibet).

La politica è una cosa complessa come lo è l’economia. La realtà è che bisogna fare i conti anche con la crisi, che come sappiamo, ha colpito duramente sia l’Europa che gli Stati Uniti. Tuttavia si deve tracciare un limite ed agire di conseguenza. Davanti ad una realtà come quella della violazione sistematica dei diritti umani, eretta a strumento consapevole di mantenimento dell’ordine costituito, qualsiasi accenno di realpolitik diventa un insulto gravissimo.   

 

Cosa farà l’America? Cosa farà Obama?   Restiamo in attesa, sperando di poter tornare a credere in una nuova era.

Marco Martinelli

Per il testo integrale della lettera di Harry Wu ad Obama clicca qui

 

 

 

 

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