Le mani di Cina e Russia sul Belpaese

Cinesi e russi hanno messo le mani sull’Italia, si sono radicati nelle nostre città. Scordiamoci gli anni in cui erano dei semplici turisti innamorati della nostra arte e delle nostre spiagge. Ora il Belpaese per loro è un investimento. I russi hanno bisogno di convertire il rublo in euro e dollari, più stabili.

I cinesi seguono la nuova via della Seta, che per loro significa un’autentica autostrada commerciale. Ognuno dei due colossi fa affari a modo suo: la Cina apre e rileva attività, grosse e medie, e non disdegna investimenti immobiliari, soprattutto palazzi storici e hotel in città. La Russia mira a edifici di lusso, catene alberghiere sul mare, fondi di investimento e sembra molto interessata al mercato alimentare del bio. Se la storia ufficiale racconta di accordi commerciali con il presidente cinese Xi Jinping e di sanzioni Ue imposte alla Russia per limitare l’accesso ai mercati europei, esiste anche una storia meno ufficiale che racconta di come i cinesi si siano spaccati la schiena per generazioni nel nostro Paese arrivando a fatturare 18 miliardi di euro in dieci anni (nonostante il rallentamento del 9% del 2017 causato dalla stretta data dal governo cinese sull’uscita dei capitali). E di come i russi, più restii a dichiarare apertamente in che tipo di affari si lanciano, abbiano più che mai bisogno di investire in euro per far fronte alla svalutazione del rublo e per non subire il rallentamento degli affari imposto dalle sanzioni europee che li ha portati a ridurre del 20% il loro potere di acquisto.

DAL TAROCCO ALL’ORIGINALE

Dimentichiamoci i laboratori sudici di Chinatown, i cinesi ammassati nei retrobottega a cucire, mangiare e dormire. O meglio, quella realtà esiste ancora ma la presenza della Cina è diventata molto più di qualche maglietta taroccata. Ora in Italia non arrivano solo le persone, arrivano i grandi colossi, pronti a investire capitali enormi e a «mangiarsi» le nostre attività, come da poco avvenuto con big del calibro di Pirelli, Candy, Krizia e Bucellati.

Noi vediamo ancora solo il lato umile dei cinesi-italiani, vediamo solo la rosticceria del quartiere di periferia. Ma in 10 anni gli imprenditori dello yen sono cresciuti molto più di quel che immaginiamo, hanno piazzato le loro azioni in società chiave come Telecom, Enel, Fiat, Eni, Generali.

La conquista del West della Cina ha un sapore imprenditoriale talmente forte che oggi, su quasi 300mila cinesi presenti in Italia (regolarmente registrati), 80.500 sono imprenditori. Tra questi solo 6mila sono i parrucchieri e i centri massaggi che vediamo nelle nostre strade. «Il 90% dei cinesi in Italia – spiegano alla Camera di commercio Italia-Cina – arriva da una provincia con molte piccole e medie imprese, è molto preparato e sa lavorare». Non solo: i cinesi di oggi hanno studiato. Le loro famiglie, arrivate a Prato o a Milano, vent’anni fa, a furia di giornate infernali fatte di 20 ore lavorative nei laboratori abusivi, hanno messo assieme mini capitali utili a pagare ai figli le rette delle migliori università, da Oxford alla Bocconi. E voilà i nuovi imprenditori, che sanno gestire gli investimenti e avviare attività che vanno ben oltre il ristorantino cantonese.

In base ai numeri del rapporto annuale Cina 2018, elaborato dal Centro studi per l’impresa della Fondazione Italia-Cina, a fine 2017 risultano direttamente presenti in Italia, attraverso almeno un’impresa partecipata, 300 gruppi cinesi, di cui 84 con la sede principale a Hong Kong. In particolare, 514 imprese italiane a partecipazione cinese occupano oltre 26mila dipendenti e il loro giro d’affari sfiora i 14 miliardi di euro. I settori su cui puntano i cinesi sono quelli in cui sono già rodati, a cominciare dal manifatturiero (non solo quello low cost) per proseguire con tecnologia informatica, ingegneria (ferrovie, auto e aerospazio) ed energia. Nemmeno il settore farmaceutico resta immune dalla mano cinese: Xianju Pharma ha acquisito per 110 milioni il 100% di Newchem ed Effechem. E sono diventati cinesi, fra le altre, l’azienda dei trattori Goldoni di Carpi, l’azienda dei marmi Quarella di Verona, il legno Masterwood di Rimini, la metalmeccanica Motovario di Formigine, i produttori di olio toscani del gruppo Salov e la catena di cinema Odeon&Uci.

In seconda battuta i cinesi sono interessati anche agli investimenti immobiliari. Il gruppo cinese Rosewood si è aggiudicato l’antico palazzo della Zecca di Stato dove, salvo impicci burocratici (italiani), potrebbe sorgere un hotel extra lusso. A Ravenna la holding cinese Gmc si è comprata il palazzo di Raul Gardini. Sotto il segno del dragone anche il palazzo del ballo del Doge di Venezia. Il gruppo Ih possiede l’hotel Admiral di Padova, due hotel a Milano, residence in Toscana.

I RUBLI DEGLI OLIGARCHI

Ben diverso dal metodo cinese è lo stile russo. Più criptico, meno imprenditoriale ma altrettanto aggressivo. Per gli oligarchi moscoviti, dal 2014 in poi (cioè dall’anno delle sanzioni Ue), è stato assolutamente vitale ripensare alle strategie di investimento per non intaccare i capitali. E ultimamente sembra sempre più diffusa la scelta di investire in euro e acquisire obbligazioni societarie in gran quantità. I giovanissimi magnati puntano sulle start up e sulle aziende private italiane ma non lo fanno palesemente: preferiscono la via dei fondi di investimento gestiti da persone di fiducia. «I russi – spiega Rosario Alessandrello, presidente della Camera di commercio russa – si affidano agli intermediari. Generalmente si fidano poco di chi non conoscono ed è per questo che non dichiarano apertamente di aver investito soldi in Italia».

Tuttavia, in base ai dati dell’Ira (Italian russian association) pare che un milione di russi facoltosi sia pronto a investire in Italia portando mezzo milione di euro a testa. Insomma, i russi non vengono in Italia solo per spendere in beni di lusso. Comprare le più belle ville del nostro Paese per loro non è solo una questione di ostentazione ma un modo per investire in qualcosa di sicuro. E allora si spiegano le mega operazioni immobiliari con cifre da capogiro. Come i 20 milioni investiti Oleg Tinkoff, catalogato da Forbes uno degli uomini più ricchi del mondo, per rilevare il rudere dell’albergo Nettuno a Forte dei Marmi e ricavarne il lussuosissimo hotel Datcha. O i 17 milioni spesi da un magnate russo di 30 anni per la villa a Forte che appartenne al pianista fiorentino Ugo Ferrario. O ancora i 4 milioni sborsati dal 40enne Artem Avetisyan per villa Fanini a Lucca. Se gli investitori d’oro puntano soprattutto sulla Versilia, gli imprenditori più modesti (medici, funzionari statali, artisti e parecchi direttori d’orchestra) prendono casa in Calabria, soprattutto a Scalea, e in Riviera Romagnola dove da anni sono l’anima pulsante delle stagioni estive.

Se i russi per gli investimenti bio e alimetari prediligono la Spagna (dove ottenere il visto è più semplice), non disdegnano i nostri vigneti: ad esempio, Konstantin Nikolaev ha comprato La Madonnina, tenuta vitivinicola a Bolgheri.

Rilevanti anche gli investimenti nelle imprese italiane: Roman Abramovich, 11º uomo più ricco in Russia e proprietario della squadra inglese del Chelsea, ha investito nel settore della robotica e in una piattaforma napoletana di web marketing, Buzzoole.com. Capitali russi anche nella start up romana Silgros, in grado di recuperare il silicio presente negli scarti di riso e dargli nuova vita, anche all’interno dei pneumatici per le auto.

Capitali pesanti a parte, la Federazione russa è al primo posto per numero di partecipanti al progetto «Italia Startup Visa» lanciato dal ministero italiano dello Sviluppo economico per «rinfrescare» il sistema imprenditoriale italiano: tra le 100 candidature pervenute, 24 arrivano da Mosca e dintorni. E 22 di esse sono già state accettate. Tra queste l’idea di Denis Bulichneko, 32 anni che ha elaborato una app pensata per i turisti che viaggiano da soli (routes.tips) e che vogliono sperimentare tour alternativi fuori dai soliti circuiti. Ovviamente gli itinerari italiani sono un bacino infinito a cui poter attingere.

Fonte: Il Giornale,08/05/2019

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