Le cinque rotte dell’ emigrazione cinese

Per gli immigrati cinesi l’ America è la «montagna dorata». Un nome che ricorda le fatiche di tanti lavoratori orientali all’ epoca della corsa all’ oro in California. Ieri come oggi migliaia di clandestini cinesi provano a raggiungerla cercando nuove rotte. L’ ultima, emersa nel corso del 2009, passa attraverso il Messico e punta verso Texas, Arizona e California. Una via che, a sorpresa, ha una delle sue tappe intermedie in Italia. A confermarci la tendenza i funzionari della Border Patrol incontrati nei tre Stati, veri avamposti di frontiera. Nel periodo Ottobre 2008-Settembre 2009 sono stati intercettati 1126 cittadini cinesi entrati clandestinamente nel Paese. Il record degli arresti spetta all’ ufficio di McCallen (Texas) con 667, quindi Tucson (Arizona) con 261, poi Laredo (Texas) con 198 e il resto in località minori. Certo, il numero dei cinesi fermati è solo una minima parte nel computo globale di 556.041 clandestini bloccati sul Rio Grande. Tuttavia il fenomeno è tenuto sotto osservazione perché le autorità federali ritengono che vi siano legami pericolosi tra i trafficanti di uomini e i narcos. La via messicana è parte del grande movimento gestito dal racket cinese. Un flusso che porta nelle tasche dell’ organizzazione 3-4 miliardi di dollari all’ anno. Le «teste di serpente» – così sono chiamati i capi delle bande – hanno sviluppato e ampliato diverse tratte che partono, quasi sempre, dalla regione del Fujian, tradizionale serbatoio dell’ immigrazione. Queste le principali «strade»: 1) Bangkok-Tokio-Unione Europea 2) Bangkok-Bucarest-Europa occidentale 3) Ecuador-Belize-Messico-Usa 4) Italia, Venezuela o Cuba, Messico, Usa 5) Isole Marianne, Guam, Usa. Dalla «mappa» si comprende come Bangkok sia una piattaforma importante: è qui che i trafficanti acquistano passaporti contraffatti, realizzati dai falsari che agiscono nel distretto di Land Prao. La loro abilità è sopraffina. Per spostare la «merce» le teste di serpente si affidano quasi sempre agli aerei o, quando ne hanno la possibilità, a vecchie carrette del mare. Una ripetizione su scala di minore di quanto combinato negli anni 90 dall’ intelligente e spietata Sorella Ping, capace di far arenare una nave con 300 clandestini sulla spiaggia del Queens, a New York. Fondamentali sono le basi avanzate. Con meticolosità e pazienza i mercanti di uomini cinesi hanno creato delle enclave che servono da trampolino. Oltre a quella thailandese, sono molte attive le «colonie» in Ecuador e nel Belize. Le gang si infiltrano nelle comunità cinesi, aprono società di copertura, dispongono di case sicure dove ospitano i clandestini in transito. Chi gestisce il traffico sfrutta le politiche dei visti di alcuni Paesi e una certa rilassatezza nei controlli. Poiché Ecuador e Belize non sono troppo rigidi è gioco forza che diventino mete per quanti vogliono raggiungere gli Stati Uniti. Poi, senza troppa fretta, si disperdono fino ad arrivare negli Usa. L’ Italia, nel mappamondo del racket, è emersa nelle indagini condotte dalle autorità statunitensi. Diversi cinesi – come hanno sottolineato funzionari della Border Patrol – hanno rivelato dopo la cattura di essere passati per Roma. Di solito arrivano in aereo, quindi si imbarcano su voli diretti verso il Venezuela o Cuba. Da qui proseguono in direzione del Messico, poi l’ ultimo balzo all’ interno degli Usa. Molti lasciano le coste cubane su piccoli pescherecci per raggiungere lo Yucatan. Un’ indagine ha accertato che in questa regione sono molto attivi i Los Zetas, ex braccio armato del Cartello del Golfo. E secondo fonti messicani i sicari potrebbero avere una sponda anche nel nostro Paese condivisa con il racket orientale. L’ interesse dei narcos nei clandestini non è nuovo, ma è inedito per quanto riguarda i cinesi. Un coinvolgimento facilmente spiegabile dalle tariffe imposte a quanti vogliono attraversare il confine. Vediamole: un messicano può pagare 1500-2000 dollari, un sud americano 6-10 mila dollari, un cinese ne deve sborsare tra i 40 e i 70 mila dollari. Con un anticipo alla partenza e il resto versato all’ arrivo nel caso ci sia la disponibilità. Chi non ha soldi a sufficienza, si impegna a rimborsare il «biglietto» con il suo salario. Processo che, visto quanto portano a casa i poveri immigrati, può essere molto lungo. Per condurre i clandestini dall’ altra parte del muro, i criminali hanno due opzioni. La prima è quella di mescolare piccoli nuclei di cinesi con immigrati sudamericani. La seconda è un gruppo composto da soli orientali. Entrambe battono i corridoi geografici di Tucson, McCallen, Yuma, Laredo. Con un’ alternativa nel sud della California. Nell’ area di San Diego, i coyotes si affidano ai battelli che provano a bucare la sorveglianza imposta dalle forze di sicurezza. I cinesi, rispetto ad altri clandestini, hanno un comportamento particolare. «Uno di noi – ci ha detto un agente – ne può fermare da solo anche una cinquantina. Se riesci a beccarli, intimi l’ alt e loro non si muovono più. Hanno il rispetto dell’ autorità». Per questo dipendono molto dai coyotes e dai complici che li attendono sui pullmini e nelle case di transito, prima di proseguire verso le grandi città, da Los Angeles a New York. Ma anche quando saranno giunti nelle metropoli, gli immigrati saranno solo alle pendici della «montagna dorata». Alcuni arriveranno vicini alla cima – intesa come una vita normale – solo dopo anni di lavoro duro e malpagato. Molti resteranno in condizioni di semischiavitù, prigionieri del loro sogno e di chi li ha portati fino in America.

Guido Olimpio

Fonte: Corriere della Sera, 14 aprile 2010

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