Lavoro forzato in Cina, l’Ue potrebbe vietarne le importazioni dei prodotti

Diffondiamo il comunicato stampa diffuso dall’ On. Andrea Zanoni sul lavoro forzato in Cina e i prodotti realizzati mediante questa terribile violazione dei diritti umani. “L’Ue è dell’avviso che l’esistenza del sistema di rieducazione attraverso il lavoro in Cina costituisca una violazione delle pertinenti disposizioni del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e ha ripetutamente esortato la Cina ad adottare le opportune riforme”. Questo si legge nella risposta all’interrogazione cofirmata da Andrea Zanoni e presentata dalla collega Elisabetta Gardini insieme ad altri 18 eurodeputati con la quale si denuncia la situazione inaccettabile in cui milioni di persone, uomini, donne e bambini vengono segregati nei laogai e costretti al lavoro forzato in condizioni disumane, di denutrizione o tortura e schiavismo. “La Commissione non esclude la possibilità di introdurre un divieto alle importazioni per i prodotti fabbricati con il lavoro forzato dei detenuti”. Da oltre sessant’anni in Cina, milioni di persone vengono costretti a lavorare segregati nei laogai, luoghi di detenzione dove i prigionieri vengono costretti ai lavori forzati in condizioni disumane. “Dietro a queste strutture si nascondono forti interessi economici del Governo cinese o delle multinazionali straniere che producono in Cina”, spiega Zanoni. “Basti pensare che secondo la “Laogai Research Foundation” il costo del lavoro cinese rappresenta il 5% del costo del lavoro nell’Unione Europea. Inoltre, dal momento che queste strutture offrono un’immensa forza lavoro a costo zero, la produzione al loro interno è in continua crescita”. Per questo la Commissione europea nel 2011 ha istituito un gruppo interservizi per esaminare la risposta europea alla pratica dei lavori forzati negli istituti di pena dei paesi terzi oltre ai noti casi in Cina e Myanmar. “La Commissione esorta gli importatori e le imprese europee ad applicare elevati standard in materia di responsabilità sociale delle imprese per evitare l’impiego di detti prodotti”, fa sapere Zanoni citando la risposta dell’Alta rappresentante/vicepresidente Catherine Ashton. “Ma una presa di posizione legale e diplomatica da parte dell’Ue è indispensabile – conclude l’Eurodeputato – I diritti umani vengono prima di tutto, anche degli interessi economici”.

Clicca qui per leggere il comunicato stampa originale

Andrea Zanoni

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